Egitto / Diritti Umani

#FreePatrick: mobilitazione per Patrick Zaky

Ha 27 anni e come Giulio Regeni è studente universitario. E’ l’ultima vittima della feroce repressione del regime di al-Sisi, con il quale l’Italia continua a fare affari, in particolare nella vendita di armi.

di Giuseppe Acconcia

Patrick Zaky, studente e attivista dell’Università di Bologna, è stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto del Cairo, il 6 febbraio, e accusato di “diffusione di notizie false”, di “mettere in pericolo la sicurezza nazionale” e di “incitamento alle proteste”.

L’8 febbraio il ricercatore 27enne è apparso davanti alla Corte di Al Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo. Secondo l’ong egiziana Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), ha subito torture ed elettroshock durante la sua detenzione. Patrick Zaky, che stava per concludere un master in studi di genere, aveva duramente criticato la repressione in corso in Egitto, ricordando spesso il caso Regeni.

A oltre quattro anni dalla scomparsa e ritrovamento del corpo del dottorando friulano, il 3 febbraio 2016, le indagini sui responsabili in Egitto non fanno progressi. La vendita di armi italiane al paese, invece, si. «Combattiamo per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni. Le istituzioni cercano di impedirci di parlarne, le proteste (in Egitto, ndr) non sono permesse, le ong affrontano minacce», aveva dichiarato Zaky in un’intervista all’agenzia Dire nel 2018. Un flashmob per chiedere il suo rilascio immediato si è svolto ieri in piazza Maggiore a Bologna.

Il caso Zaky è solo uno tra le migliaia che coinvolgono attivisti e oppositori in Egitto. Lo scorso 7 febbraio, negli Stati Uniti, il senatore repubblicano Marco Rubio, aveva chiesto alle autorità egiziane di rivelare il luogo di detenzione di Mostafa al-Naggar, attivista ed ex parlamentare dei Fratelli Musulmani di cui non si hanno notizie da 16 mesi. A dicembre un cittadino statunitense in carcere in Egitto da oltre sei anni, Mustafa Kassem, è morto in prigione dopo un lungo sciopero della fame.

Dopo le proteste di settembre restano ancora carcere, con rinnovi del periodo di detenzione di 15 giorni in 15 giorni, l’attivista Alaa Abdel Fattah e l’avvocatessa Mahiennour el Masry. È stato rinnovato il periodo detentivo anche per la giornalista e attivista Esraa Abdel Fattah, arrestata lo scorso ottobre e accusata di diffondere “notizie false” e di far parte di “un’organizzazione terroristica”. Anche Esraa avrebbe subito torture in prigione per mano di agenti in borghese.

Secondo Amnesty International, sarebbero state almeno 4mila le persone arrestate al Cairo per prevenire ulteriori manifestazioni, solo lo scorso autunno, mentre sarebbero oltre 60mila i prigionieri politici nelle carceri egiziane dopo la repressione avviata con il golpe militare del 3 luglio 2013.

E non solo, il think tank ha accusato la Procura suprema per la sicurezza di stato di abusare costantemente delle leggi antiterrorismo per estendere la definizione di terrorismo e annullare qualsiasi garanzia prevista dalla Costituzione per gli imputati. E così, migliaia di persone sono state arrestate con accuse inventate, hanno subito prolungati periodi di detenzione preventiva, torture e maltrattamenti in carcere.

Sconcerto ha suscitato poi in Egitto la morte di Nada Hassan, 12 anni, a causa di una mutilazione genitale femminile ad Assiut, 380 chilometri dal Cairo. Il medico che ha praticato l’operazione, ancora molto diffusa soprattutto in aree rurali, è stato arrestato insieme alla zia della giovane. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il medico non avrebbe usato anestetici né avrebbe avuto il supporto di infermieri.