Timur Vermes (Traduzione di Francesca Gabelli)

Gli affamati e i sazi

Bompiani, 2019, pp. 512, € 22,00

Siamo tutti attori e spettatori dello stesso spettacolo che possiamo intitolare “esserci”. Certo con ruoli diversi: noi europei, preoccupati di tenere lontani i migranti, diamo il consenso a dei politici che esternalizzano le frontiere in Africa e fanno accordi con regimi sgangherati; e i migranti che esercitano il diritto di stare al mondo.

Davvero siamo consapevoli della partita che stiamo giocando? Ce lo chiede, senza moralismi ma guardandoci dritto negli occhi e nella coscienza, Timur Vermes – il romanziere tedesco che qualche anno fa con Lui è tornato (lui è Adolf Hitler) ha venduto tre milioni di copie – nel suo ironico e scoppiettante nuovo lavoro.

In un lager (viene chiamato proprio così) che ospita due milioni di persone, in un non identificato paese africano, un migrante senza nome si rende ogni giorno di più conto che quella è una situazione senza sbocchi e progetta di avviarsi verso l’Europa non tentando la via del Mediterraneo ma seguendo un percorso mediorientale. L’obiettivo è di arrivare in Germania.

Il fatto è che a incamminarsi assieme a lui sono 150mila persone. Il numero e le intenzioni attirano i produttori e gli autori di un programma televisivo tedesco – Angelo fra i poveri, già presente nel lager con una troupe – che decidono di seguire la carovana e di raccontarne gli sviluppi.

L’indice degli ascolti si impenna come la preoccupazione di chi ha responsabilità politiche e non sa come gestire una faccenda complicata in sé e per di più troppo mediatizzata. Noi europei non siamo mai sazi di intrattenimento.