Processo di pace

Sud Sudan, le milizie firmano il cessate il fuoco

La mediazione della Comunità di Sant’Egidio ha portato i principali gruppi armati ancora attivi nel paese a sottoscrivere un impegno per lo stop alle armi. Tra i firmatari ci sono personaggi di grande rilevanza come Paul Malong Awan e Pagan Amun. Le reazioni, per ora, sono di cauto ottimismo.

di Bruna Sironi

Ieri a Roma potrebbe essere stato fatto un passo significativo verso la pacificazione del Sud Sudan. Con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio e di papa Francesco, i gruppi di opposizione armata che non hanno firmato gli accordi di pace nel settembre del 2017 hanno sottoscritto un documento, intitolato "Dichiarazione di Roma sul processo di pace in Sud Sudan", in cui si impegnano al cessate il fuoco a partire da domani, 15 gennaio, e alla ripresa dei colloqui con il governo. Si dicono disponibili, e richiedono, “un impegno politico globale” al fine di raggiungere “una pace inclusiva e dunque sostenibile”.

Tra i firmatari, personaggi di grande rilevanza nella storia e nell’attualità sudsudanese. Tra gli altri, Thomas Cirillo Swaka, leader del National Salvation Front (NSF), il movimento di opposizione della regione dell’Equatoria, attivo dal 2016, nella seconda fase della guerra civile.

E poi Paul Malong Awan, ex capo di stato maggiore dell’SPLA, l’esercito fedele al governo, ed ex grande sostenitore del presidente Salva Kiir, fino all’accusa di aver tentato un colpo di stato, all’arresto e all’espulsione dal paese. Il suo gruppo aveva cominciato recentemente ad operare con attacchi sporadici nella regione del Bahr El Gazal, di cui è originario e in cui ha ricoperto per anni il posto di governatore.

Ed infine Pagan Amun, ex segretario generale dell’SPLM, il partito al governo, entrato in rotta di collisione con Kiir e arrestato nei primi giorni della guerra civile con altri autorevoli leader, sottoposto a processo per tradimento e poi mandato in esilio. 

Per il governo di Juba era presente Barnaba Marial Benjamin, ex ministro degli Esteri.

I firmatari della dichiarazione, rilasciata alla fine di quattro giorni di colloqui, si dicono d’accordo nel continuare il dialogo con la mediazione della Comunitá di Sant’Egidio, in consultazione con l’Igad, l’organizzazione regionale africana che aveva facilitato finora il processo di pace, con il supporto delle organizzazioni regionali e della comunità internazionale.

Oltre alla cessazione delle ostilità, le parti "riaffermano di essere pronte a permettere l'accesso umanitario continuo e ininterrotto alle organizzazioni locali e internazionali, incluse le organizzazioni non governative, per alleviare le sofferenze della popolazione".

L'ostilità, inizialmente politica, fra il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar - scoppiata nel dicembre 2013, due anni dopo l'indipendenza del paese dal Sudan - ha subito diviso il paese lungo linee etniche ben precise: l'etnia Dinka con Kiir, i Nuer con Machar. Da allora, nonostante sanzioni Usa e un embargo sulle armi, almeno 50mila persone sono morte, un numero che potrebbe arrivare però a quasi 400mila, secondo alcune stime.