Sudan / Pace minacciata

I janjaweed ancora all’opera in Darfur

Meno di una settimana dopo la firma di un pre-accordo tra il governo di transizione e i gruppi di opposizione armata darfuriani, nuove violenze hanno portato alla sospensione dei negoziati. Sotto accusa, ancora una volta, le milizie arabe guidate dal controverso Mohamed Dagalo, uomo di punta della rappresentanza dell’esercito nel Consiglio Sovrano.

di Bruna Sironi

Il 2020 è iniziato in Darfur con scontri che non si differenziano in nulla dagli attacchi dei famigerati janjaweed che dal 2003 hanno condotto una feroce guerra contro le etnie africane della regione per conto del governo islamista dell’allora presidente Omar El-Bashir, deposto lo scorso aprile.

Dal 28 dicembre ai primi giorni di gennaio, scontri tra diverse comunità – precisamente gruppi di origine araba e Masalit, di origine africana – hanno provocato la morte di oltre 80 persone, il ferimento di almeno 190 e la fuga di 8.111 famiglie (almeno 80mila persone) dalle loro case in alcuni quartieri di El Jenina, capitale del Darfur occidentale, in alcuni villaggi alla sua periferia e in due campi profughi.

Non sono mancate efferatezze di vario genere, compresi stupri di donne e ragazzine. Inoltre, sono stati razziati 5mila capi di bestiame, 200 motociclette, 300 calessini Vespa (molto usati per gli spostamenti in tutta la regione), 180 autoveicoli e milioni di sterline sudanesi.

La dinamica dei fatti ricorda molto quella degli attacchi che hanno caratterizzato il conflitto del Darfur, in cui, secondo dati dell’Onu, sono morte almeno 300mila persone e 2milioni e mezzo sono state messe in fuga dalle loro zone di residenza. La maggior parte si trovano ancora in campi profughi nella regione e oltre il confine, in Ciad.

Gli scontri sarebbero iniziati per una lite al mercato di un campo profughi alla periferia della cittá, in cui un giovane Masalit ha ucciso un pastore Maaliya. Immediatamente è iniziata la ritorsione. Secondo un comunicato diffuso dai leader tradizionali dei Masalit, ben presto gli attacchi hanno coinvolto molti militanti Maaliya a cavallo e a dorso di cammello, in sella a motociclette o stipati in vetture, molte delle quali riconoscibili come appartenti alle Forze di Intervento Rapido (RSF), il cui comandante, conosciuto come Hemeti, è ora uomo di punta della rappresentanza dell’esercito nel Consiglio Sovrano, l’istituzione piú alta in questo periodo di transizione del Sudan, verso la risoluzione della crisi apertasi con la caduta del regime di El-Bashir.

Alla fine dei raid, due campi profughi erano stati completamente rasi al suolo e ridotti in cenere, così come molte abitazioni in diversi quartieri della stessa El Jenina.

Il Comitato di crisi, formatosi immediatamente per far fronte agli eventi, accusa il governo del Darfur occidentale di evidente complicità mentre le Forze per la Libertà e il Cambiamento (Forces for Freedom and Change - FFC) che hanno guidato la rivolta popolare nel paese, accusano le istituzioni ancora legate al passato regime di aver fomentato il conflitto e cavalcato le violenze.

Indicativo è il fatto che l’attacco è avvenuto a meno di una settimana di distanza dalla firma di un pre-accordo tra il governo di transizione ora in carica a Khartoum e i gruppi di opposizione armata darfuriani che aveva segnato un passo avanti significativo nel difficile processo di pacificazione della regione. Ora i negoziati sono stati sospesi. I gruppi darfuriani chiedono che venga formata una commissione d’inchiesta e di poterne esaminare il rapporto finale, prima di proseguire nel cammino verso la pace.

Nei giorni precedenti i fatti di El Jenina, alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani – International Federation for Human Rights, African Centre for Justice and Peace Studies, Sudan Human Rights Monitor – avevano pubblicato un rapporto dal titolo Will there be justice for Darfur? (Ci sarà giustizia per il Darfur?) in cui affermano che per le atrocità commesse nella regione nessuno ha ancora pagato e che a un decennio di distanza, gli stessi attori sono ancora coinvolti in flagranti violazioni dei diritti umani.

Sostengono, inoltre, che senza giustizia non potrà esserci pace duratura nella regione. “Il governo provvisorio del Sudan deve dimostrare che la transizione in corso non stenderà un velo di silenzio sui crimini passati e prenderà in considerazione le domande di tutte le popolazioni del paese, comprese quelle del Darfur, per una pace e una giustizia di lunga durata” ha dichiarato Arnold Tsunga, direttore di un programma internazionale di giuristi africani.

Invece, per ora, nessun provvedimento è stato preso nei confronti dell’ex presidente El-Bashir, dell’ex ministro degli Interni, Ahmed Harun, e degli altri ricercati dalla Corte Penale Internazionale per i crimini commessi in Darfur. L’ex presidente è ora sotto processo in Sudan, ed è stato condannato, ma solo per corruzione.

Il Consiglio Supremo si oppone alla sua consegna alla Corte penale internazionale, che non puó agire in assenza degli accusati. E’ uno dei nodi su cui le istituzioni provvisorie di governo e le forze del cambiamento, divergono. Diverse dimostrazioni si sono svolte negli ultimi mesi per chiedere la consegna dei ricercati al giudizio del tribunale internazionale. Ma per ora la risposta è sempre stata negativa. Un punto critico sul quale potrebbe incagliarsi il processo di stabilizzazione del paese.