La corsa alla Libia

Verso una guerra regionale?

C’è il rischio di uno scontro tra Turchia ed Egitto, a spese dei libici. La prima ha alzato l’asticella e deciso l’invio di truppe a sostegno del governo di al-Sarraj, il secondo è a fianco di Haftar e del suo Esercito nazionale libico. L’Unione europea è divisa e gli Usa sembrano voler stare alla finestra.

di Antonio M. Morone, Università degli Studi di Pavia

Il parlamento turco ha approvato ieri a larga maggioranza l’invio di truppe in Libia a sostegno e difesa del Governo di Accordo nazionale di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj che sempre più fatica a respingere l’avanzata dell’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar. L’escalation militare in Libia è iniziata lo scorso aprile ed è andata via via crescendo attirando nel vortice del conflitto un numero sempre maggiore di attori internazionali.

A dispetto del nome, “esercito nazionale”, quello di Haftar è un esercito internazionale che può contare sull’appoggio dei carri armati e dell’aviazione egiziana, dell’assistenza degli addetti militari francesi, dei droni forniti dagli Emirati Arabi Uniti e degli ulteriori aiuti militari sauditi e russi, ai quali si sono aggiunte recentemente anche truppe irregolari sudanesi. Sul fronte opposto, gli sponsor militari di Misurata, che di fatto controlla il governo di Tripoli, sono soprattutto l’Italia, il Qatar e sempre più la Turchia.

Lo scorso 27 novembre 2019, il ministro turco della difesa e quello libico dell’interno hanno siglato un Memorandum of Understanding (MoU) nel campo della sicurezza e della cooperazione militare che ha formalizzato una situazione già largamente in atto. Munizioni, veicoli blindati e tecnologia militare turca erano fornite ormai da tempo a Misurata direttamente o attraverso il porto di Homs. A seguito della firma dell’accordo, il governo di al-Sarraj ha fatto seguire una formale richiesta di aiuto militare ad Ankara che appunto è stata approvata ieri dal parlamento turco.

L’Italia e l’Unione europea hanno accelerato il loro pressing diplomatico per una soluzione politica della crisi libica contando anche sulla dichiarata neutralità di Algeria e Tunisia di fronte alla prospettiva dell’intervento turco. In una visita lampo a Tunisi il 25 dicembre scorso, il presidente turco Tayyip Erdogan ha cercato di incassare l’appoggio del neo-eletto presidente tunisino Kaies Saied, che tuttavia si è defilato insieme all’Algeria. La neutralità dei due paesi maghrebini non sembra tuttavia impensierire troppo l’iperattivismo turco anche perché Ankara sa bene che entrambi i paesi sono troppo impegnati con una situazione interna estremamente complessa e instabile per poter davvero giocare un ruolo rilevante nella partita libica. L’Europa ha perso l’iniziativa in Libia e soffre della divisione tra un’Italia vicina ad al-Serraj e una Francia molto più prossima ad Haftar. Difficile per l’Ue poter davvero sostenere un ruolo di mediatore neutrale, quando due dei suoi principali stati membri, Italia e Francia, sono ampiamente invischiati nella guerra.

La vera incognita rimangono gli Stati Uniti, che hanno giocato negli ultimi anni un ruolo defilato e tutt’altro che lineare nella crisi libica. Washington potrebbe decidere di agire, per scoraggiare l’intervento turco, in favore di Haftar che in passato ha ricevuto più di un endorsement dal presidente Trump e in definitiva a sostegno anche dell’alleato regionale degli Usa, ossia l’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi. Washington potrebbe anche decidere di rimanere un passo indietro e lasciare che la rivalità tra Turchia ed Egitto si consumi da sola a spese dei libici. Il rischio maggiore è proprio questo perché, se così fosse, l’ipotesi di una guerra regionale è tutt’altro che remota. Proprio al-Sisi ha commentato pubblicamente il voto del parlamento turco sulla missione in Libia come un colpo alla stabilità regionale.

Due modelli di società

Il rischio di una regionalizzazione del conflitto è concreto perché questa è la prima volta dal 2011 che viene sancito in termini legali e formali l’intervento di un paese terzo, peraltro membro della Nato, nella crisi libica e poi perché in effetti le poste in gioco sono rilevanti sui due fronti contrapposti. Sicuramente il controllo dello Stato libico e del suo petrolio fanno gola a molti, Italia e Francia in primis, ma anche ai turchi che con il MoU appena siglato con Tripoli hanno ottenuto la definizione di precisi e favorevoli confini marittimi per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo in diretta contrapposizione con gli interessi dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) e dei suoi paesi promotori (Grecia, Cipro, Egitto, Israele, Giordania e Italia).

La posta in gioco è poi in senso più ampio politica e ideale: l’Egitto è intervenuto ampiamente in Libia contro il governo di al-Sarraj perché per al-Sisi si tratta di una questione non di politica estera, ma di sicurezza nazionale. Dopo aver incarcerato il suo predecessore Mohammed Morsi e aver arrestato e perseguitato la Fratellanza musulmana in Egitto, è facile intuire le ragioni del sostegno di al-Sisi ad Haftar contro l’ipotesi di una Libia in mano ad al-Sarraj e a un governo ampliamente espressione dei fratelli musulmani libici (specie misuratini) che al contrario e proprio per questo ha potuto contare sull’appoggio turco. La crisi in Libia è dunque parte di una più ampia partita all’interno del mondo musulmano tra due alternative di statualità e soprattutto di società. I libici, dal canto loro, sono sempre più le vittime di una guerra combattuta sulla loro pelle da parte di altri e per altri.