Sahel sotto attacco

Il jihadismo dei tre confini

In una vasta area tra Niger, Mali e Burkina Faso due gruppi terroristici accrescono la loro influenza, assaltando le postazioni degli eserciti e facendo proseliti tra i gruppi etnici più emarginati

di Marco Cochi

Lo scorso 10 dicembre, i seguaci dello Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs) hanno attaccato una base militare in Niger nei pressi di Inates, nella regione di Tillaberi a 5 chilometri dal confine con il Mali. Nell’assalto, condotto da almeno duecento miliziani, sono rimasti uccisi 71 soldati e una dozzina sono stati feriti. Si tratta dell’attentato più letale mai subito dalle forze di sicurezza nigerine, portato a termine dai jihadisti, che hanno subito pesanti perdite, con tecniche sofisticate che non hanno precedenti nella storia del paese saheliano.

Secondo una nuova analisi dell’International Crisi Group, l’attacco sferrato dall’Isgs, che da aprile ha intensificato le sue azioni nell’area di Inates, fa parte di un più ampio disegno di operazioni jihadiste su larga scala contro gli avamposti militari nel Sahel centrale.

Lo dimostrano i due attacchi quasi simultanei dello scorso 30 settembre, contro un’unità militare maliana a Mondoro e contro un battaglione della forza congiunta G5 Sahel a Boulikessi, due località vicine al confine tra Mali e Burkina Faso, dove sono stati uccisi almeno 40 soldati e 60 mancano ancora all’appello. Il duplice attentato è stato rivendicato dal Gruppo per il sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), che dall’inizio di marzo 2017 riunisce i gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaida attivi nel Sahel. Il primo novembre, poi, alcuni miliziani dell’Isgs hanno ucciso più di 50 soldati maliani in un attacco contro la base di Indelimane al confine tra Mali e Niger costringendo l’esercito maliano ad abbandonare l’infrastruttura militare e altri due strategici avamposti di frontiera a Labbezanga e Andéramboukane. Lasciando così le forze del Niger più vulnerabili alle infiltrazioni e agli attacchi dell’Isgs.

Terra di nessuno

Così l’area intorno a Inates è divenuta terreno fertile per l’Isgs e il Gsim, che hanno saputo anche sfruttare le ataviche rivalità tra le comunità nomadi che stazionano a cavallo del confine tra Mali e Niger. Entrambi i gruppi sono riusciti ad accrescere la propria influenza nell’area adottando la strategia dell’inclusione settaria, intervenendo nei conflitti etnici per reclutare proseliti tra le comunità emarginate. Come è avvenuto con i fulani, che l’Isgs è riuscito ad arruolare accogliendone le rivendicazioni e sfruttando le tensioni etniche che li contrappongono ai tuareg.

Dopo le recenti operazioni militari, le comunità locali dell’area di confine sono diventate sempre più polarizzate e bellicose perché spesso sono state costrette a scegliere di schierarsi con il governo o con i jihadisti. Nel maggio 2017, di fronte alla minaccia del gruppo Stato islamico proveniente dal Mali, le autorità di Niamey avevano avviato una sorta cooperazione con gli ex ribelli del Movimento per la salvezza dell’Azawad (Msa) e del Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati (Gatia), che hanno beneficiato del supporto dell’operazione militare a guida francese Barkhane.

Le loro incursioni nella zona settentrionale di Tillaberri sembravano aver fermato la minaccia jihadista, ma hanno anche provocato massacri etnici e spinto i fulani e altri combattenti ad allearsi con l’Isgs. Così, nel luglio 2018, sia il Niger che la Francia hanno posto fine alla collaborazione con i due gruppi armati, rendendosi conto che aveva prodotto effetti più negativi che positivi.

Allo stato attuale, l’offensiva jihadista potrebbe indurre le forze armate nigerine ad abbandonare gli avamposti isolati come quello di Inates per concentrare le proprie risorse in aree più popolate. E con il governo maliano assente dall’altra parte del confine, la zona rischia di diventare una terra di nessuno sotto la minaccia di un’insurrezione jihadista, con i residenti tenuti in ostaggio.