Elezioni presidenziali

Algeria, al voto tra le proteste

Non si fermano le manifestazioni del movimento di protesta popolare, che ha annunciato il boicottaggio delle elezioni del 12 dicembre. L’Hirak contesta il fatto che i candidati alla presidenza nelle prime votazioni del “post Bouteflika” siano tutti uomini legati al sistema di potere che governa il paese dall’indipendenza.

di Luciano Ardesi

A una settimana dal primo turno delle presidenziali, previste per il 12 dicembre, la competizione non è tanto tra i cinque candidati ma tra il ‘sistema’ di potere, che da sempre governa l’Algeria, e l’Hirak, il movimento di protesta assolutamente nonviolenta che da febbraio chiede a quel sistema di farsi da parte.

Il risultato più significativo, anche se si dovesse andare al ballottaggio, sarà la partecipazione degli oltre 24 milioni di elettori. Il movimento è schierato per il boicottaggio, mentre le dichiarazioni ufficiali danno già per scontata un’adesione massiccia.

La campagna elettorale si è svolta in tono minore, malgrado l’enfasi che ne danno i media ufficiali, anche a causa delle contestazioni popolari. C’è voluta una risoluzione del parlamento europeo - del 28 novembre - che condanna le limitazioni alla libertà, per vivacizzarla. Per la prima volta si sono viste modeste manifestazioni pro-elettorali come reazione alle indebite ‘ingerenze straniere’, cui il radicato nazionalismo algerino è estremamente sensibile. Oggi si tiene il faccia a faccia televisivo tra candidati, il primo nella storia del paese.

La protesta continua

Da parte sua l’Hirak scenderà ancora una volta nelle piazze domani, 6 dicembre, per il 42esimo venerdì consecutivo dal 22 febbraio. Sarà l’ultimo venerdì prima delle elezioni di giovedì 12, ma il movimento ha già annunciato che il giorno dopo il voto tornerà nelle piazze. A meno di un intervento dell’esercito, la protesta è destinata a continuare, malgrado il blackout informativo sceso sul movimento e il tentativo di seduzione da parte di alcuni candidati.

Chi vincerà le elezioni, sa già che è con l’Hirak che dovrà confrontarsi. E l’Hirak comunque avrà di fronte un uomo del vecchio ‘sistema’. La scelta tra due ex primi ministri, Ali Benflis e Abdelmadjid Tebboune, e tre ex ministri, Abdelaiz Belaïd, Abdelkader Bengrina (unico candidato islamista) e Azzedine Mihoubi, non porterà al cambiamento radicale. Unica novità, per la prima volta nella storia dell’Algeria non ci sarà un candidato dello storico Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), uscito con le ossa rotte dalla contestazione che ha obbligato a rinviare le elezioni per ben due volte, in aprile e in luglio.

Il ruolo di Gaïd Salah

A tener ferma la scadenza sono state le forze armate e il suo comandante, generale Gaïd Salah, che è diventato l’uomo forte del paese dopo aver costretto alle dimissioni l’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika, di cui in un primo momento aveva sostenuto la candidatura ad un quinto mandato - malgrado fosse infermo dal 2013 -, scatenando la rivolta nonviolenta. Dopo un periodo di tolleranza, l’esercito ha impresso dall’estate una svolta con arresti, incarcerazioni (circa 150), processi e condanne.

La rete di connivenze create attorno al presidente Bouteflika è crollata. Proprio ieri si è aperto il processo a due ex primi ministri e ad alcuni imprenditori, ma l’esercito continua ad essere l’arbitro del delicato equilibrio delle forze politiche ed economiche che reggono il paese dall’indipendenza. L’Algeria per l’Hirak non cambierà fino all’avvio di una fase di transizione, con l’allontanamento dei personaggi del ‘sistema’, candidati alle presidenziali inclusi.