Christian Kuate

Negro. Lettera ad una madre

Lìbrati, 2018, pp. 192, € 15,00

di Efrem Tresoldi

In Italia da dieci anni, un giovane immigrato si racconta. Meglio si sfoga. Utilizzando la lettera come forma narrativa, si rivolge alla madre che vive con il resto della famiglia in Camerun. Christian lascia la terra natale in forte contrasto con il padre con cui, se ne dispiacerà molto, non potrà più riconciliarsi perché apprende della sua morte quando è in Italia.

Ma il movente principale che spinge il giovane camerunese ad avventurarsi nel nuovo mondo è il sogno di diventare un giorno uno scrittore famoso. A Trento, dove decide di risiedere, si iscrive a Lettere e Filosofia dell’Università e consegue con successo la laurea magistrale in filosofia.

Quando però matura la decisione procedere con gli studi per ottenere un dottorato trova indifferenza da parte dei docenti, gli stessi che fino ad allora lo avevano elogiato per l’impegno e le doti intellettuali. Non ha il colore della pelle «corretto» – si lamenta – quello che altri hanno e che a parità di merito possono invece avanzare negli studi. «Da qui la frustrazione dell’immigrato. La nostra. Quella del disincanto, della disillusione. La frustrazione d’essere colorato, messo in evidenza, puntato con il dito, sempre», commenta.

Il risentimento lo spinge a generalizzare il giudizio sulla società italiana: «Sì, mamma, è una società incancrenita dal razzismo, dalle discriminazioni, degli egoismi… una società che, al contrario di ciò che sbandiera in tutto il mondo, è molto lontana dall’essere un modello d’integrazione».

Per potersi mantenere, Christian si adatta a svolgere un servizio di assistenza agli anziani. Mestiere che solitamente gli italiani evitano di fare e finisce per essere svolto principalmente dagli stranieri. A proposito dei degenti in case di riposo osserva: «E dire che questi stessi individui hanno impiegato la loro gioventù a disprezzarci, a mostrarsi impietosi verso noi stranieri; ecco che al tramonto della loro esistenza, mentre alcuni vengono abbandonati persino dalla loro propria famiglia, noi diventiamo la loro sola ancora di salvezza. Noi stranieri, gli sconosciuti, i meno di niente…».

Al termine della lunga conversazione Christian confida alla madre tutta la sua amarezza dopo anni vissuti fuori dal paese nativo. Si sente come «una bestia che si sta battendo per stare a galla e non affogare… tutte queste osservazioni mi spingono verso una sola constatazione: si vive bene solo a casa propria. …Eppure è solo in esilio che se ne diventa consapevoli!».

C’è almeno una nota positiva in tutto il libro, ed è nella presentazione dove l’autore spiega che la traduzione in italiano del testo – pubblicato prima in francese dal titolo Lettre d’un Mbenguiste à sa mère – è frutto del lavoro collettivo degli studenti del Dipartimento di lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Trento.