Giuseppe Acconcia e Michela Mercuri (a cura di)

Migrazioni nel Mediterraneo. Dinamiche, identità e movimenti

Franco Angeli, 2019, pp. 167, € 20

di Caterina Roggero

Essere uno strumento per approfondimenti e nuove, buone politiche è l’obiettivo di questo libro. Acconcia e Mercuri, due ricercatori che da anni si occupano di storia e attualità principalmente di Egitto, Siria e Libia, curano una raccolta di articoli scientificamente strutturati messi al servizio sia della divulgazione – per chi desidera entrare nelle pieghe di una tematica tanto vasta quanto mediaticamente e politicamente inflazionata – sia della progettazione di risposte e strategie risolutive lontane da logiche emergenziali e/o generalizzanti (per gli addetti ai lavori).

Il tema generale attraverso il quale si guarda alle migrazioni è quello dell’evoluzione, dal primo dopoguerra a oggi, delle identità nazionali e dei rapporti tra comunità locali nei paesi delle sponde Sud e Nord del Mediterraneo.

Mercuri ci conduce tra le tribù libiche del Fezzan – protagoniste degli accordi dell’ex ministro Minniti – raccontandoci di come ancora attendano un riconoscimento sociale sempre negato da Gheddafi, che oggi è tanto più fondamentale per coinvolgerle in un possibile processo di state-building.

Acconcia si avventura in un’originale comparazione tra le comunità siriane e palestinesi in Egitto e Siria durante due periodi di tempo lontani (gli anni tra le due guerre mondiali e quelli post-Primavere arabe) per concludere che, così come la formazione di Comitati popolari nel secolo scorso in Siria ha esteso le rivendicazioni nazionali e populiste, le rivolte del 2011 e l’involuzione egiziana del 2013 hanno contribuito a trasformare il nazionalismo egiziano in senso xenofobo, utile per giustificare una maggiore repressione delle dissidenze.

Ci si addentra con Perini il campo profughi di Zaatari in Giordania, uno dei più grandi mai concepiti, per capire che, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, se riconosciuto e quindi strutturalmente pensato come uno spazio semi-permanente e non di transito, esso possa trasformarsi in occasione unica per incidere positivamente sulle persone, e quindi essere un’esperienza di rafforzamento nonché di rottura della divisione patriarcale di ruoli e relazioni di genere.

Nel saggio di Gasparetto e in quello di Acconcia e Olesen si affrontano nodi quanto mai attuali: il rapporto sempre teso dai tempi di Kemal Atatürk tra nazionalismo turco e identità curda; le comunità diasporiche curde in Italia, decisive in quanto reti transnazionali che hanno reso possibile l’internazionalizzazione della lotta identitaria curda e del loro progetto di democrazia radicale prima e dopo la battaglia di Kobane (2014-2015).

Omizzolo e Sodano ricostruiscono come l’Europa abbia svolto un cammino a ritroso sul tema dei diritti della persona e la gestione dei flussi migratori sino ad approdare a una politica essenzialmente securitaria di esternalizzazione dei confini e criminalizzazione del migrante.

Infine, quella di Vatansever è un’analisi/testimonianza dai tratti psicologici sulla condizione d’esilio forzato degli intellettuali turchi, mentre Suber spegne l’ottimismo attorno ai rimpatri operati dai governi italiani di migranti provenienti dalla Tunisia (che hanno raggiunto alte percentuali), scoprendo, attraverso interviste e lavoro sul campo, che se al rimpatrio non segue alcun reinserimento economico e sociale, il ciclo di immigrazione irregolare continua anche per altre tre-quattro volte perché tra la disoccupazione cronica a casa e l’irregolarità all’estero, la seconda opzione resta sempre per tanti la migliore opzione possibile, anche a rischio della vita.