Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla

L'arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco Cfa

Fazi, 2019, pp. 256, €18,00

S’intende per “zona del franco” quei 14 stati africani, ex colonie francesi in Africa, politicamente indipendenti ormai da sessant’anni ma il cui sistema monetario è ancora strettamente legato a Parigi. Che così ne controlla le economie.

Il franco Cfa fu creato nel 1945, quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods (regolarono fino al 1971 le relazioni commerciali e finanziaria tra i paesi industrializzati: Fondo monetario internazionale e Banca mondiale hanno le loro radici in Bretton Woods), e inizialmente significava Colonie francesi d’Africa e poi ridotto al più accettabile acronimo di Comunità finanziaria africana.

La tesi del libro è che la “zona del franco” sia la spina dorsale di Françafrique, cioè di quel sistema di relazioni opache e neocoloniali attraverso le quali si dispiega la politica estera francese. Gli autori – Pigeaud è una giornalista che collabora soprattutto con Mediapart, rivista online d’inchiesta; Sylla è un economista senegalese – sono apertamente schierati ma hanno fatto un buon lavoro, che aiuta a comprendere un tema che spesso resta tra le righe.

E non si nascondono che per ottenere l’auspicata sovranità monetaria, gli stati in questione devono dar prova di trasparenza e responsabilità nella gestione dei conti pubblici. Gli stati sono: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo.