Pace a rischio

Sud Sudan, un futuro ancora incerto

Slittata di altri 100 giorni la data per formare il governo transitorio di unità nazionale. Troppo pochi i passi avanti fatti dalla firma della pace, più di un anno fa. Si teme un collasso che porterebbe il paese a un nuovo conflitto.

di Bruna Sironi

La crisi sud sudanese sembra destinata a non aver mai fine. Il punto di svolta verso la normalizzazione dovrebbe essere la formazione del governo transitorio di unità nazionale, ma la scadenza, fissata per lo scorso maggio dall’accordo di pace firmato nel settembre del 2018, è slittata prima al 12 novembre e ora al 22 febbraio del prossimo anno.

L’intesa sullo spostamento dell’importante data è stata trovata sul filo di lana, giovedì 7 novembre, ad Entebbe in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni aveva invitato il presidente del Consiglio sovrano sudanese, generale Abdel Fattah al-Burhan, a supportarlo nella mediazione tra Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, e il capo della maggior forza di opposizione armata, Riek Machar, che, secondo l’accordo, dovrebbe ricoprire la carica di primo vicepresidente. Uganda e Sudan hanno da sempre avuto un ruolo nelle vicende del Sud Sudan e avrebbero saputo e potuto fare le pressioni necessarie perché i due trovassero un accordo prima che la situazione precipitasse.

Machar, infatti, aveva dichiarato che non avrebbe fatto parte di nessun governo di unità nazionale fino a quando non fossero stati realizzati tutti i protocolli preparatori inseriti nell’accordo di pace, in particolare quelli riguardanti le questioni di sicurezza e l’assetto politico amministrativo del paese. Kiir, invece, che ha già in mano il paese, aveva dichiarato in più occasioni di essere pronto a rispettare la scadenza del 12 novembre, formando il governo anche senza la presenza del capo dell’opposizione, infrangendo così l’accordo stesso.

Per Machar, che è ancora in esilio a Khartoum, è fondamentale che siano realizzate le misure necessarie a garantire la sua sicurezza personale, e quella del Sud Sudan in generale, prima di poter rientrare. In particolare è necessario che sia formato un esercito nazionale in cui, secondo quanto scritto nell’accordo di pace, devono confluire le forze armate governative e quelle dell’opposizione.

Non è una questione di poco conto, in quanto il provvedimento intende evitare che nel paese ci siano eserciti che rispondono a diverse catene di comando, pronti a scontrarsi alla prima tensione o provocazione, come avvenne a Juba nel luglio del 2016, dopo la formazione del primo governo provvisorio che ne venne spazzato via. I durissimi combattimenti nella capitale aprirono una seconda fase della guerra civile - scoppiata nel dicembre del 2013 e chiusa dal primo accordo di pace, firmato nell’agosto del 2015 - che fu anche peggiore e più estesa della prima. Per di più in quell’occasione Machar si salvò per il rotto della cuffia, sfuggendo ad una vera e propria caccia all’uomo nelle foreste della regione dell’Equatoria che furono devastate dall’esercito governativo sulle sue tracce.

Lo scoppio di una nuova fase della guerra civile, se si fosse formato un governo senza le necessarie misure preparatorie, era considerato molto probabile dagli esperti dell’area. L’International Crisis Group, uno dei più autorevoli per l’analisi e la prevenzione dei conflitti, il 4 novembre ha pubblicato un rapporto dal titolo chiarissimo, “Déjà Vu: preventing another collapse in South Sudan” (Già visto: prevenire un altro collasso in Sud Sudan). Aveva raccomandato di tener conto dell’attuale situazione del paese piuttosto che insistere su una data.

Raccomandazioni simili avevano fatto un centro di ricerca di Juba, il Suud, e diversi gruppi della società civile. Sulla stessa linea è un documento del Consiglio delle chiese sud sudanesi (SSCC), che auspicano la formazione del governo transitorio di unità nazionale quando saranno trovate intese sui punti ancora aperti. E nomina, oltre alle questioni di sicurezza e all’assetto politico e amministrativo del paese, anche quelle inerenti alla trasparenza e alla giustizia per chi si è macchiato di crimini. Sottolinea infine la necessità dell’inclusività del processo di pace, nominando esplicitamente le forze di opposizione che non hanno firmato il patto ora vigente. Certamente problemi fondamentali da affrontare per il raggiungimento di una pace globale e sostenibile.

Lo slittamento nella formazione del governo di unità nazionale non garantisce però che in 100 giorni si possa realizzare quello che non è stato fatto in 14 mesi. Nel documento concordato si fa appello ad un sostegno efficace della comunità internazionale, finora mancato, e si fissa un termine di 50 giorni per valutare l’andamento del processo ed eventualmente intensificare gli sforzi. Ma quello che deve cambiare soprattutto è l’approccio delle parti in causa, che devono far prevalere la volontà e l’impegno a risolvere i problemi ancora aperti, nell’interesse esclusivo del paese.