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L’Africa (non) vista dai media italiani

Presentato a Roma il dossier di Amref e Osservatorio di Pavia “L’Africa Mediata”. Necessaria una visione nuova per andare oltre stereotipi e narrazioni distorte del continente che abbiamo di fronte.

di Rocco Bellantone

Andare oltre l’“afropessimismo” che accomuna le narrazioni che i media italiani riportano quotidianamente dell’Africa. Trovare un equilibrio tra i termini che cavalcano il mainstream mediatico ­- guerra, immigrazione, estremismo islamico, povertà - e quelli che, invece, connotano l’Africa per ciò che realmente è, vale a dire un continente e non un paese pieno solo di problematiche ma anche di opportunità.

Provare, insomma, a fare più informazione obiettiva sull’Africa, evitando stereotipi e cliché agitati sistematicamente dalla propaganda politica per dare spazio e visibilità a testimonianze e storie raccolte sul campo. È questo, in sintesi, il messaggio contenuto nel dossier "L’Africa Mediata - Come fiction, tv, stampa e social raccontano il continente in Italia", realizzato da Amref Healt Africa-Italia con il contributo dell’Osservatorio di Pavia. Lo studio è stato presentato ieri a Roma alla vigilia della Giornata mondiale dell’informazione e dello sviluppo indetta dall’Onu, nel corso di un interessante dibattito moderato dal giornalista e conduttore di Tv Talk Massimo Bernardini.

I numeri del dossier

L’indagine passa al setaccio tv, stampa, social e fiction italiani nel tentativo di dare un valore al flusso di informazioni che sono state prodotte e diffuse nel nostro paese in riferimento all’Africa nei primi sei mesi del 2019. Lo studio ha preso in riferimento 30 episodi di serie televisive, 65 programmi di informazione di 7 reti generaliste, 80mila notizie monitorate sui telegiornali di 9 reti televisive, 800 notizie di prima pagina analizzate su 6 quotidiani nazionali, 21,6mila post su Facebook e 54mila tweet di 8 testate giornalistiche.

I numeri che emergono raccontano di un continente che nel complesso viene poco coperto dai media di informazione e di intrattenimento. La copertura non va oltre il 2,4% nei telegiornali, percentuale che sale però al 10% se di Africa si parla ma solo in relazione all’Italia, e dunque di flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e di attentati o tragedie (naturalistiche o disastri aerei ad esempio) che vedono coinvolti nostri connazionali o che si verificano in paesi africani dove ci sono significative concentrazioni di italiani.

L’Africa emerge solo se rapportata all’Italia anche sulla carta stampata (8 articoli su 10, a eccezione di Avvenire e La Stampa) e nei programmi di informazione (76%), in cui a prevalere sono i servizi dedicati alla crisi libica con un’ascesa provvisoria dell’attenzione sull’Etiopia in occasione dello schianto del volo Ethiopian Airlines 302 del 10 marzo 2019 a bordo del quale viaggiavano 8 italiani.

Oltre all’afropessimismo, a condire l’informazione italiana dedicata all’Africa sono il folklore esotico nei documentari naturalistici, le opinioni che vengono espresse quasi sempre da rappresentanti politici e istituzionali italiani, e non da persone originarie di paesi africani, e i noti “temi forti” che fanno sempre notizia: guerra e conflitti (29%), diritti umani, questioni di genere e rapimenti (19%), ambiente, cultura e turismo (17%).

In tv qualcosa si muove

Non tutti i media italiani restano ancorati a questo approccio. Come ha spiegato Lucia Duraccio, caporedattrice esteri del Tg1, anche nel primo canale della tv pubblica gli spazi per l’Africa, seppur lentamente, si stanno ampliando. E a permettere ciò sono quasi sempre non i fatti in sé ma le storie, i volti e le immagini delle persone. È il caso di Alaa Salah, la giovane sudanese vestita di bianco che sfidando il regime di Omar El-Bashir ha attirato su questa crisi i riflettori del mondo intero, compresa l’Italia. O di Nice, la giovane guerriera masai che in Kenya ha sfidato l’infibulazione.

Ci sono altri laboratori virtuosi nella nostra tv generalista, come il presidio di Tg3 Mondo condotto dalla giornalista Maria Cuffaro, che punta a non tradire l’impegno di creare dei link diretti tra l’Italia e l’Africa attraverso gli italiani all’estero, i fotoreporter freelance o gli africani che parlano la nostra lingua. Mentre in Propaganda Live, il programma di Zoro su La7, si è scelta una formula originale, usando l’ironia per sfatare fake news, dicerie e falsi miti che circolano sull’Africa, sugli africani e sull’immigrazione.

Fiction e social

Per inquadrare il modo in cui le fiction stanno provando a raccontare l’Africa e gli africani in Italia, interessante è stato ascoltare il punto di vista di Sonny Olumati, autore, attivista e membro del movimento “Italiani senza Cittadinanza”. «Serve una narrazione nuova dell’Africa partendo dal modo in cui crescono, vivono e si affermano in Italia le seconde generazioni di africani», spiega a Nigrizia. «Spesso i personaggi di origine africana delle serie tv hanno ruoli marginali o comunque di secondo piano, svolgono professioni non qualificate ed esprimono status sociali di basso livello. Il tutto è frutto di una visione stereotipata degli africani, e in generale degli stranieri, che in Italia continua a prevalere. Bisognerebbe puntare, invece, a rappresentare la realtà per quella che è. E nella realtà italiana oggi ci sono molti africani che stanno emergendo in tanti campi». 

Riguardo i social network, infine, si confermano basse le percentuali di copertura delle questioni africane anche su Facebook (1,4% che sale a 4,1% se si parla di immigrazione) e Twitter (0,9% e 2,9%).

Prospettive

Nel complesso, occorre dunque una generale apertura da parte dei nostri media nei confronti dell’Africa, in modo che a dominare palinsesti e prime pagine dei giornali siano linguaggi e contenuti più vicini a ciò che accade dalla sponda sud del Mediterraneo in giù. Per farlo sarà però necessario stringere quello che il direttore di Amref Health Africa-Italia, Guglielmo Micucci, ha definito «un patto di lealtà con gli organi di informazione e di intrattenimento, per restituire all’Africa una narrazione libera da cliché e pregiudizi». Resta da capire se il sistema mediatico italiano sia davvero pronto a compiere questo passo.