Aboubakar Soumahoro

Umanità in rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità

Feltrinelli, 2019, pp.128, €13,00.

di Raffaello Zordan

Un manifesto politico-sindacale. Che analizza la condizione del lavoro salariato svolto dai migranti (ma non si limita solo ai migranti) in Italia, spiega perché non è sostenibile e chiede ai lavoratori e ai sindacati che li rappresentano di uscire finalmente dall’angolo e di smetterla di farsi prendere a pugni in faccia. La metafora è dell’autore italo-ivoriano, immigrato dalla Costa d’Avorio una ventina di anni fa, che prima di laurearsi in sociologia e fare di mestiere il sindacalista di pugni ne ha presi parecchi. Soumahoro, 38 anni, è un dirigente dell’Unione sindacale di base, un sindacato movimentista e fortemente critico nei confronti del modello di sviluppo dominante, è piuttosto conosciuto nel mondo dei migranti e la sua stella polare è Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) bracciante agricolo, comunista e leader della Cgil. Può darsi che questo libro, il suo primo, sia l’inizio di un’esplorazione del territorio politico della sinistra e che tra qualche anno il sindacalista decida di giocarsela su un altro ring. Magari dopo aver meglio compreso in quale tipo di società si trova a vivere. Riguardo a Di Vittorio, ad esempio, Soumahoro si meraviglia che «i giovani non lo conoscano e gli anziani ne abbiano dimenticato l’insegnamento». La meraviglia, temiamo, lascerà il posto allo smarrimento quando realizzerà quanti italiani vivono a loro insaputa.

C’è un concetto che tiene banco in queste pagine e fa da coagulo, quello di “razzializzazione istituzionalizzata”. La tesi è che le leggi sull’immigrazione varate in Italia dal 1990 a oggi abbiamo legittimato quelle forme di razzismo che predicano il primato della civiltà bianca sulle altre e l’impossibilità di coabitazione tra persone che esprimono culture diverse. La categorizzazione di una parte della popolazione nel quadro normativo inizia con la legge Martelli (1990) che introduce una visione emergenziale (invasione), economica (solo chi è utile al mercato) e securitaria (delega agli apparati statali della sicurezza). Questo impianto viene confermato nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano, che categorizza i migranti in due tipologie: i buoni che hanno il permesso di soggiorno; i cattivi che ne sono privi e per loro sono istituiti i Centri di permanenza temporanea. Arriviamo alla Bossi-Fini del 2002, che subordina la permanenza in Italia del migrante al possesso di una contratto di lavoro e impone criteri diversi, rispetto a un cittadino italiano, per accedere ai servizi del welfare. Nella stessa direzione, il “Pacchetto Sicurezza” del 2009 (centro-destra), la legge Minniti-Orlando del 2017 (i migranti economici diventano “il nemico”) e infine i due decreti sicurezza di Salvini (2018-2019) divenuti legge. Senza contare che queste leggi «hanno creato una cultura della banalizzazione e dell’indifferenza verso il fenomeno migratorio». C’è materiale per riflettere.