Antonio M. Morone (a cura di)

La fine del colonialismo italiano. Politica, società e memorie

Le Monnier, 2018, pp. 285, € 21,00.

di Federica Ferrero

Il libro, curato da Antonio M. Morone (Università di Pavia), accoglie i contributi di più autori, specializzati in differenti ambiti disciplinari, che portano a riflettere su quando e come si sia effettivamente conclusa l’esperienza coloniale italiana e su quali siano state le eredità di questo incontro/scontro tra colonizzatori e colonizzati, tanto in Africa quanto in Italia. La scelta del curatore è stata quella di far dialogare «un approccio alla storia del colonialismo italiano inteso come storia dell’Africa e un altro attento a coglierne gli svolgimenti più propriamente italiani ed europei», tramite l’utilizzo di fonti scritte e orali, queste ultime fondamentali per indagare le memorie dei soggetti coinvolti in questo complesso capitolo di storia condivisa.

Quando e come finì il colonialismo italiano? La nuova Italia repubblicana «intraprese una politica intesa a tornare ad esercitare un dominio diretto, prettamente coloniale, in Africa». Il fallimento dei piani italiani fu totale in Libia, che ottenne l’indipendenza nel 1951, e in Eritrea, il cui piano di federazione con l’Etiopia (che riacquisì invece piena sovranità all’indomani della fine del conflitto) entrò in vigore nel 1952. L’Italia riuscì però a ritornare in Africa grazie all’approvazione all’Onu del mandato di Amministrazione fiduciaria sulla Somalia, che si concluse nel 1960, perfettamente in linea con la più generale cronologia delle indipendenze africane. Della lunga e complessa transizione all’indipendenza degli ex possedimenti italiani discutono Antonio M. Morone (cap. 1 e cap. 4) e Tommaso Palmieri (cap. 2), occupandosi nello specifico dei casi libico e somalo. Se gli obiettivi sulla Quarta Sponda furono frustrati – gli italiani dovettero destreggiarsi tra l’intermediazione con i soggetti africani coinvolti e gli interessi britannici e francesi – l’Italia tornò in Somalia con l’intento di transitare il paese all’indipendenza. Tuttavia, la nuova strategia politica si rivelò decisamente in continuità con il passato coloniale: l’Italia investì soprattutto sull’apparato militare, prima in “difesa” dell’amministrazione civile inviata in Africa e successivamente per finanziare il nuovo esercito somalo. Le continuità coloniali nella politica della neonata Italia repubblicana sono discusse da Massimo Zaccaria (cap. 3). Se da un lato si può affermare che l’Italia mise in atto un «revisionismo di stato» volto a rimuovere gli aspetti negativi legati alle esperienze africane – di qui il mito/motto “italiani brava gente” – dall’altro si mise in moto un processo di revisione e riscrittura autoassolutoria e apologetica dello stesso passato coloniale.

Quali furono i lasciti del colonialismo, in Africa e in Italia? Mauro Mazza (cap. 5) indaga come il trapianto del modello statuale italiano in Somalia sia passato anche per il diritto e le istituzioni giudiziarie. I contributi di Emanuele Ertola (cap. 7) sugli italiani d’Etiopia, di Matteo Grilli (cap. 8) sugli italiani di Ghana e Congo, di Valentina Fusari (cap. 9) sui figli nati da coppie formate da uomini italiani e donne eritree, e di Sabrina Marchetti (cap. 10) sulle donne eritree occupate come domestiche nei salotti della borghesia romana, infine, indagano le storie di vita degli italiani in Africa, in ex possedimenti “nostrani” e sotto dominio coloniale altrui, e degli africani in Italia, rivelando la complessità del rapporto tra ex colonizzatori ed ex colonizzati che non finì con il colonialismo ma che venne rinegoziato, tanto dagli africani quanto dagli italiani, nei nuovi spazi politici e sociali della nuova epoca postcoloniale.