Nigeria / Commercio

Buhari, il protezionista

La Nigeria ha chiuso parte dei confini occidentali con il Benin per frenare il contrabbando di riso e aumentare la produzione locale. Un provvedimento che rientra nella più ampia politica economica protezionista del governo Buhari, in barba al recente trattato sul libero commercio intra-africano.

di Anna Loschiavo (da Lagos)

Nell’agosto scorso il presidente Muhammadu Buhari ha trasmesso una comunicazione chiara e imperiosa alla Banca centrale nigeriana (CBN): interrompere i finanziamenti alle importazioni di prodotti alimentari.

Fin dal suo insediamento nel 2015, l’obiettivo del capo politico nigeriano è quello di incentivare la crescita nel settore agricolo e ridurre la dipendenza dal petrolio, che rappresenta tutt’oggi la maggiore fonte di rendita in valuta estera per la Nigeria.

Tra le economie più colpite dalle recenti misure c’è la Repubblica del Benin che sta subendo un significativo blocco commerciale a causa della chiusura della frontiera occidentale con la Nigeria. Il governo sta cercando di frenare il contrabbando di riso, uno dei prodotti più consumati dai circa 200 milioni di cittadini nigeriani.

La guerra del riso

Prima della chiusura della frontiera circa 3.000 sacchi di riso di contrabbando venivano introdotti ogni giorno dai motociclisti, a volte anche per occultare l’ingresso illegale di altra merce come le munizioni per le armi. Tuttavia, prima del blocco, un sacco di riso da 50 kg costava 9.000 naira (circa 25 dollari), mentre ad oggi il prezzo oscilla tra 17.000 e 20.000 naira, ossia intorno ai 50 dollari. Considerando che il salario minimo mensile di un nigeriano è di 30.000 naira, un comune consumatore spenderebbe quindi il 66% del suo stipendio per acquistare un chilo di riso.

Il cereale commerciato illegalmente in Nigeria attraverso i confini con Benin, Niger e Camerun, proviene principalmente da Thailandia e India. I carichi dei marchi stranieri approdano nei porti dei paesi limitrofi, dove i costi di sbarco e i dazi doganali sono più bassi.

Dal 2017 in Nigeria sono stati prodotti circa 4 milioni di tonnellate di riso all’anno, ma la domanda domestica è di 7 milioni di tonnellate e per questo alcuni commercianti ed economisti ritengono che la produzione locale non sia ancora sufficiente a coprire la domanda.

Tali incertezze sembrano non fermare il presidente Buhari che mira a raggiungere la sostituzione totale delle importazioni di riso entro il 2020 tramite queste misure protezionistiche.

All’inizio di settembre il ministro dell’Informazione e della Cultura Alhaji Lai Mohammed ha dichiarato che il RIMIDAN, associazione nigeriana dei mugnai, degli importatori e dei distributori di riso, ha investito 300 miliardi di naira nella produzione locale, che i nuovi investimenti creeranno 5.000 posti di lavoro e infine che sostituendo le importazioni si prevede un risparmio di 300 milioni di dollari in valuta estera. Tuttavia proprio il RIMIDAN ha messo in guardia il governo, riferendo alla stampa che circa mezzo milione di tonnellate di riso proveniente dalla Thailandia è pronto per essere spedito in Nigeria per il consumo nel periodo natalizio.

Gli ufficiali doganali, intanto, stanno riscontrando benefici significativi da quando il confine con il Benin è stato chiuso. Il direttore generale del servizio doganale nigeriano, Hameed Ali, ha dichiarato che nel solo mese di settembre sono stati riscossi 115 miliardi di naira e che la maggior parte dei carichi che prima attraccavano nei porti del Benin, adesso raggiungono direttamente la Nigeria.

Infine, l’amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale (NNPC), Malam Mele Kyari, ha notificato un’importante riduzione del contrabbando di carburante tra i due paesi dell’Africa Occidentale.

Importazioni respinte

A settembre, il direttore della CBN, Godwin Emefiele, ha presieduto una riunione con i governatori degli stati e li ha messi al corrente delle nuove misure protezionistiche determinate dal governo. Tra le importazioni respinte, oltre al riso, ci sono cotone, olio di palma, pomodoro, manioca e derivati, pollo, pesce, mais, cacao e bestiame da latte. Il piano della presidenza consiste nell’aumentare la produzione di questi dieci prodotti in tempi rapidi, grazie anche ai finanziamenti della CBN.

Le statistiche commerciali della banca rivelano che nonostante la Nigeria sia il più grande produttore di tuberi di manioca con 53 milioni di tonnellate all’anno, importa annualmente derivati di questo prodotto per oltre 600 milioni di dollari.

Rilevante è anche la spesa sostenuta dal paese per importare latte: circa 15 miliardi di dollari all’anno. Per questo la CBN ad agosto ha annunciato che avrebbe concesso prestiti a basso tasso di interesse ai produttori locali.

Tensioni regionali

La mossa del governo federale nigeriano risulta piuttosto controversa, considerando che nel luglio scorso Nigeria e Benin avevano firmato il Trattato di libero commercio continentale africano, meglio noto come AfCFTA. Questo accordo prevede la rimozione delle barriere commerciali, tariffarie e non, sul 90% delle merci, quindi la cooperazione doganale e la facilitazione degli scambi intra-africani.

Anche la Comunità degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas / Cedeao), ha contestato la chiusura unilaterale dei confini perché contraria a tutti i trattati commerciali e di libera circolazione, firmati dalla Nigeria in quanto membro dell’organizzazione.

Intanto, i produttori e i commercianti beniniani di riso, frutta e verdura contano i danni. Anche i tassisti e i camionisti lamentano conseguenze negative sul loro lavoro a causa dell’aumento del prezzo della benzina di contrabbando.