Filippo Colombara

Raccontare l’impero. Una storia orale della conquista d’Etiopia (1935-1941)

Mimesis, 2019, pp. 324, € 26,00

di Alberto Zorloni

La lettura del libro di Filippo Colombara è un’occasione preziosa, in particolare per la freschezza delle testimonianze di ex combattenti e civili che nel “lustro imperiale” (1936-1941) avevano calcato le terre dell’Africa Orientale Italiana. Le interviste (l’autore ne ha realizzate una trentina, soprattutto tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, alle quali si aggiungono frammenti raccolti da altri autori) restituiscono fedelmente il ricordo dei reduci grazie alle espressioni dialettali (con traduzione a piè di pagina), alle esclamazioni e alle interiezioni di ogni tipo, riportate con cura grazie a un attento lavoro di sbobinatura. Le varie testimonianze sono poi ricombinate in sequenze secondo un criterio cronologico e per argomento, così da dar vita a un racconto spontaneo e avvincente, che si legge come un romanzo.

Coraggio e terrore si intersecano e mischiano come solo nelle narrazioni dei soldati in prima linea può avvenire, ed è significativo che, per chi ha vissuto quelle vicende in prima persona, la fame sia fra i più vivi ricordi di un'avventura presentata dal regime come la conquista di un granaio. «Quando ci davano il rancio si contava il riso: dieci o dodici chicchi. Quando è arrivata Pasqua ciàn dato il rancio speciale: un cucchiaio di briciole di pane e un cucchiaio di uva secca», per cui «certe volte si andava fuori a chiedere da mangiare ai negri». Ma anche la sete non scherzava. «Ogni tanto c’erano delle pozzanghere, si metteva giù il fazzoletto, lo straccio così e si succhiava… Pieno di moscerini…». Chi già conosce gli eventi troverà molto interessante questa rilettura “dal basso”, lontana dall’epica del fascismo, mentre chi ne è digiuno potrà avvalersi delle note esplicative fornite dall’autore.

Se da una parte le sensazioni immediate trovano il giusto riconoscimento, dall’altra non vengono trascurate le grandi questioni che hanno infiammato il dibattito in anni recenti: l’utilizzo dei gas tossici («Poi gli italiani mettevano giù qualche bomba... di iprite. Dopo trovavamo tutti questi neri che... morti così. Erano mummie, diventavano... perché quel poco di liquido usciva, restava l'osso con la pelle»), i massacri perpetrati («Ho visto degli abissini bruciati con i lanciafiamme») e subiti («I Galla erano tremendi [...] Facevano un taglio qui del pube e portavano via tutto»), i rapporti con le «belle abissine» («Le donne più ambite erano quelle più giovani, sui dieci, dodici anni, quelle di quindici erano già vecchie»). La parte finale del testo è dedicata alle testimonianze dei meticci nati dall’incontro fra nostri connazionali e ragazze etiopi, avvenuto durante l’occupazione italiana o negli anni successivi («...mio padre non l’ho mai sentito parlare di razzismo [...] gli italiani sono quelli che si sono integrati maggiormente»), quando in Etiopia si erano formate aree multietniche e multiculturali («Lì non c’erano differenze, ognuno viveva la religione a modo suo, ma non c'era nessun astio»).

È importante leggere questo libro, e lo è ancora di più in questa epoca di grandi migrazioni, perché ci narra di eventi drammatici risalenti a poche generazioni fa, quando eravamo noi a non restare a casa nostra. Per di più, a casa degli altri non ci andavamo con barconi di fortuna, ma con le navi da guerra. E di fronte alla deplorevole riduzione delle ore di storia nei programmi scolastici del nostro paese, risulta quanto mai doveroso ricordare il mezzo milione di africani morti a causa delle folli avventure coloniali italiane.