Lorena Cotza e Ilaria Sesana

Non chiamatemi eroe

Altreconomia, 2019, pp. 128, € 13.00.

Eroico è l’atto generoso e coraggioso. Che tuttavia rischia di rimanere isolato e irrilevante se non contagia l’intorno sociale e non produce cambiamento. Per questo, le quattordici figure di difensori dei diritti umani, raccontate in queste pagine, tutto vogliono essere tranne che eroi/eroine. Le vicende del loro impegno – dal Brasile al Bangladesh, dalla Cambogia al Marocco, dall’India all’Uganda – acquisiscono pieno significato quando vengono raccolte e tradotte in cittadinanza diffusa. Per cui Margaret Arach Orech, donna ugandese che ha subìto l’amputazione di una gamba in seguito a un attentato dei ribelli dell’Esercito di resistenza del signore, non solo non si rassegna alla disgrazia ma si batte per la messa al bando delle mine antiuomo e perché le vittime abbiamo dallo stato un dignitoso sostegno. Allo stesso modo Fred Bauma, giovane pacifista della Repubblica democratica del Congo, finisce in carcere perché chiede il rispetto della Costituzione, e proprio lì affina il suo agire politico nonviolento divenendo un punto di riferimento del movimento Lucha (Lutte pour le changement). Le autrici di questa rassegna si definiscono «giornaliste e attiviste». Nulla da dire sull’utilità del lavoro, solo un suggerimento: più attenzione alla contestualizzazione sociopolitica delle storie. I regimi che sono al potere in Uganda e nell’Rd Congo meritavano di essere messi meglio a fuoco nella loro ineffabile ferocia e andava sottolineata la latitanza dell’Unione africana e della comunità internazionale. Avrebbe giovato alle storie.