Il massacro di Conakry 10 anni dopo

Guinea, giustizia negata

Sono passati dieci anni dal massacro del 28 settembre 2009 nello stadio della capitale e ancora si attende l’apertura di un processo che possa assicurare alla giustizia i militari responsabili della morte di 157 persone e autori di centinaia di stupri.

di Marco Cochi

La mattina del 28 settembre di dieci anni fa, mentre la Guinea Conakry celebrava il cinquantunesimo anniversario del referendum che quattro giorni più tardi ne avrebbe sancito l’indipendenza dalla Francia, decine di migliaia di persone marciarono verso lo stadio della capitale per protestare contro la probabile candidatura alle imminenti elezioni presidenziali del capitano dell’esercito Moussa Dadis Camara, salito al potere con un golpe nel dicembre del 2008.

I manifestanti furono però bloccati dalle forze dell’ordine e per ritorsione incendiarono un commissariato nel quartiere di Bellevue e un altro davanti allo stadio. Poi, nel corso della mattinata, la folla iniziò a entrare allo stadio, dove nonostante tutto regnava un’atmosfera di festa che venne interrotta a mezzogiorno, quando vennero lanciati i primi lacrimogeni da dietro il palco.

Poco dopo, i cosiddetti béret rouge, i militari della guardia presidenziale, fecero irruzione all’interno dell’impianto picchiando selvaggiamente gli oppositori, sparando ad altezza d’uomo e accoltellando con le baionette dei fucili centinaia di dimostranti. Nella totale confusione furono anche stuprate un centinaio di donne, mentre la gente si calpestava a vicenda e qualcuno, cercando di scappare, rimase impigliato nei cavi dell’elettricità morendo folgorato.

I cadaveri furono poi ammassati su dei camion militari per essere trasportati nelle caserme o negli obitori degli ospedali mentre, a partire dal tardo pomeriggio, i soldati dispersero con inaudita violenza la massa dei parenti delle vittime che volevano entrare nello stadio nel tentativo di trovare tracce dei loro cari scomparsi.

Secondo un’indagine condotta dall’Onu, quel giorno furono uccise 157 persone e altre 1.200 rimasero ferite. Per ricostruire i fatti, la corte di Ouagadougou, in Burkina Faso, dove Dadis Camara è fuggito in esilio, ha ascoltato circa quattrocento testimoni, vittime delle violenze di quel giorno allo stadio di Conakry.

Tuttavia, a dieci anni dalla mattanza compiuta dai berretti rossi, superstiti e familiari delle vittime aspettano ancora giustizia. Il capitano Camara non è mai stato processato e finora l’Unione europea e l’Unione africana gli hanno soltanto imposto un divieto di viaggio e sequestrato i suoi beni assieme a quelli di 41 suoi collaboratori.

A denunciarlo, in occasione dell’anniversario, l’associazione dei genitori e quella degli amici delle vittime, due ong locali che si battono per la tutela dei diritti umani, alle quali si sono uniti la Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh), Amnesty International e Human Rights Watch. 

Secondo tutte queste organizzazioni, le forze di sicurezza si sono impegnate in un insabbiamento organizzato per nascondere l’entità del massacro, rimuovendo i corpi dagli obitori e seppellendoli in fosse comuni. E a oggi, molti dei cadaveri non sono ancora stati identificati.

L'indagine interna, iniziata nel febbraio 2010 e conclusa alla fine del 2017, è proseguita lentamente tra ostacoli politici e problemi finanziari. Ma in un paese in cui prevale l’impunità quando il crimine è commesso dalle forze di sicurezza, la chiusura delle indagini aveva inviato un segnale forte e suscitato speranze per l’apertura di un processo che potrebbe rendere giustizia alle vittime.

Nell’aprile 2018, l’ex ministro della Giustizia Cheick Sako ha designato un comitato direttivo incaricato di istituire il processo, ma finora il comitato ha solamente stabilito che la Corte d’appello di Conakry è il luogo dove si celebreranno le udienze. A quasi due anni dalla chiusura delle indagini, non è stata ancora fissata una data per l’avvio del procedimento giudiziario. 

Nel frattempo, il comitato direttivo che doveva riunirsi una volta alla settimana, si è incontrato sporadicamente e, dopo che lo scorso luglio la Corte suprema ha respinto tutti i ricorsi relativi alla fine dell’indagine, i giudici che dovrebbero presiedere il processo devono ancora essere nominati. Nel frattempo, in attesa di progressi sugli sviluppi del caso, un buon numero dei sopravvissuti all’eccidio sono morti.

Per continuare a mantenere l’attenzione sull’accaduto, Human Rights Watch ha pubblicato un video nel quale alcune delle vittime chiedono che dopo dieci anni sia fatta giustizia. E nei loro occhi c’è ancora il terrore di quel maledetto giorno.