Nuovi sfratti dalla Foresta Mau

Kenya, le disastrose politiche dell’era Moi

Per salvare quel che resta del prezioso habitat il governo ha previsto un altro ciclo di sfratti. A farne le spese saranno però ancora una volta i popoli nativi e i semplici cittadini, allontanati con la forza, senza compensazione e senza un programma di reinsediamento altrove.

di Bianca Saini

In agosto il governo del Kenya ha annunciato un altro ciclo di sfratti dalla foresta Mau. Il provvedimento, che diventerà operativo all’inizio di novembre, interessa circa 5mila famiglie (60mila persone) insediate più o meno abusivamente nel blocco forestale Maasai Mau, nella contea di Narok.

L’area copriva 45.743,8 ettari nel 1993, quando per la prima volta se ne propose la delimitazione e la protezione, diventati 37.529 ettari nel 2009, quando venne fatto l’ultimo tentativo, mai realizzato, di delimitarla e proteggerla per legge. Oggi si parla di circa 28.000 ettari, a detta delle autorità locali competenti in materia. Con l’avvicinarsi della scadenza dello sfratto di massa, nella zona aumenta la tensione e nel paese si fa acceso il dibattito.

Nessun dubbio, almeno a parole, che si debba intervenire, e tempestivamente, per salvare la Foresta Mau - di cui la Maasai Mau è una parte -, la più importante foresta pluviale di montagna dell’Africa orientale da cui hanno origine numerosi corsi d’acqua che garantiscono le risorse idriche necessarie alla sopravvivenza e allo sviluppo economico di milioni di persone, principalmente in Kenya e in Tanzania.

Ma ci si interroga sulle modalità di intervento, risalendo alle responsabilità della situazione attuale: una foresta sfruttata in modo intensivo fin dall’epoca coloniale ma parcellizzata, lottizzata e devastata soprattutto dopo l’indipendenza e in particolare dagli anni Novanta in poi, quando l’allora presidente Daniel arap Moi decise di farne un uso politico, facilitando l’insediamento di interi piccoli gruppi etnici, a scopo elettorale, su circa il 25% del suo territorio.

Quelle disposizioni spalancarono la porta anche agli insediamenti illegali che continuano ancora oggi, grazie alla connivenza di funzionari governativi che non solo chiudono gli occhi di fronte all’abuso, ma facilitano il rilascio di titoli di proprietà frutto di corruzione e dunque solo apparentemente legali. Nella maggioranza dei casi la consegna dei titoli di proprietà prezzolati riguarda famiglie o personaggi influenti e/o danarosi, interessati ad investire in terreni da coltivare per produzioni destinate all’esportazione. La terra e il clima della foresta sono adattissimi, ad esempio, per la produzione di tè. Moi stesso vi possiede la Kiptagich Tea Factory, che ha un’estensione di 2.224 acri circa.

Politica e corruzione

Il giro di vite anche verso gli “intoccabili” sarebbe già pronto. Lo ha dichiarato in questi giorni senza giri di parole George Natembeya, Commissario regionale della Rift Valley, promettendo che i prossimi provvedimenti saranno a carico dei responsabili ultimi, cioè di politici, funzionari delle commissioni governative per la terra e facoltosi proprietari terrieri che saranno chiamati a rispondere per la tragedia che ora colpisce la gente comune.

Dalle pagine del quotidiano Daily Nation (23 settembre, pag. 4 e 5) cui ha rilasciato un’intervista esclusiva, assicura di aver già attivato il pubblico ministero (Director of Public Prosecution - DPP). «Abbiamo già consegnato i file che li riguardano al DPP ed è solo questione di tempo prima che siano arrestati e messi sotto accusa». E il ministro dell’Ambiente Keriako Tobiko, in un’audizione al Comitato sull’ambiente dell’assemblea nazionale, ha tuonato: «Non ci saranno vacche sacre».

Un nome è ricorrente sui giornali di questi giorni, quello dell’ex presidente Daniel arap Moi. Il Daily Nation del 25 settembre a pagina 12 titola: “How Moi played role in the dishing out, plunder of the Greater Mau Forest”, cioè chiarisce il ruolo di Moi nella distruzione e nel saccheggio della foresta. L’articolo ripercorre le ragioni politiche - la fine del regime del partito unico e dunque la necessitá di avere un bacino sicuro di voti - alla base della decisione di aprire larghi settori della foresta all’insediamento di gruppi etnici ritenuti fedeli, quelli che furono raggruppati sotto la comune denominazione di Kalenjin e che ancora oggi costituiscono il bacino elettorale di noti politici, come il vicepresidente William Ruto e il senatore della contea di Baringo, Gideon Moi, figlio dell’ex presidente.

Diritti violati

Tra i beneficiari della cessione di pezzi di foresta certificati con titoli di proprietà avrebbero dovuto esserci soprattutto gli Ogiek, un gruppo etnico di cacciatori e raccoglitori originari e custodi della foresta, in varie occasioni scacciati dal loro territorio. Per chiarire questo punto gli autori dell’articolo riportano le parole di Joseph Towett, presidente del consiglio degli anziani Ogiek: «Un nostro controllo ha scoperto 700 individui che non sono Ogiek e neppure bisognosi. Sono tutti o politici di peso o funzionari governativi».

Le parole di Towett confermano quanto detto in un rapporto, pubblicato nel 2004, sulle irregolarità e illegalità commesse nell’allocazione di terreno pubblico. Vi si dice che i beneficiari principali nella distribuzione delle terre nella foresta Mau sono stati personaggi prominenti e compagnie legate al governo Moi, mentre pochissimi Ogiek hanno ricevuto i titoli di proprietà del loro territorio ancestrale. Insomma, i diritti degli Ogiek furono usati come specchietto per le allodole dietro cui hanno potuto agire i potenti del tempo, che sono in gran parte anche i potenti di adesso, per appropriarsi del terreno pubblico, bene di tutti, e arricchirsi alle spalle del paese.

Ma per ora i destinatari di sfratto sono semplici cittadini che rischiano di subire abusi e di non aver garantiti neppure i diritti di legge. La prima ondata di sfratti, nell’estate dell’anno scorso, è stata eseguita con l’uso eccessivo della forza, dice il rapporto “Abusive Evictions in Mau Forest” (Sfratti violenti nella Mau Forest) di Human Rights Watch. Alla presentazione del rapporto Otsieno Namwaya, ricercatore dell’organizzazione, ha dichiarato: «Nello sforzo di conservare la Mau Forest, il governo ha condotto sfratti in modo violento e illegale, e non ha seguito neppure le sue stesse direttive». Anzi, politici locali, poi processati e condannati, scatenarono gruppi etnici a vario titolo residenti in foresta contro gli Ogiek, che avevano appena visto riconosciuto il loro diritto alle terre ancestrali. Lo scopo era fermare gli sfratti mandando fuori controllo la situazione nella zona. 

Certo è che coloro che alla fine dovettero andarsene dalla loro casa e dalla terra dei cui proventi avevano vissuto per decenni, non hanno avuto alcun sostegno per stabilirsi da un’altra parte. E anche ora non sarebbe prevista nessuna compensazione, come la legge del paese stabilisce per gli espropri per motivi di interesse pubblico. Se i titoli di proprietà non sono legittimi, non si possono campare diritti legali, dicono in molti.

George Natembeya, Commissario regionale della Rift Valley, descrive il problema in questo modo: «Persone importanti hanno creato questa situazione, ora persone comuni sono usate come scudo. Se decideremo di compensare, chi pensate che compenseremo? Le persone importanti». Un’affermazione che chiarisce senza ombra di dubbio i termini del problema, enorme, creato da politiche di rapina nella foresta Mau, di cui faranno le spese i cittadini comuni che non hanno in mano nessuna carta per difendere i propri diritti. Diritti che non sono quelli di continuare a stare nella foresta ma certamente quelli di aver un supporto adeguato per poter ricominciare la propria vita altrove.