Da eroe a tiranno

Zimbabwe, l’eredità di Mugabe

Con i funerali di stato previsti il 14 settembre ad Harare, lo Zimbabwe darà l’ultimo saluto all’unico presidente che ha avuto dall’indipendenza fino allo scorso anno. Quasi quattro decadi che hanno lasciato un paese devastato da una profonda crisi economica e sociale.

di Giacomo Quartaroli

Robert Mugabe è morto il 6 settembre all’età di 95 anni a Singapore e il suo successore gli ha subito concesso lo status di “eroe nazionale”, perché Mugabe è stato il leader maximo, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’80, della lotta di liberazione che portò lo Zimbabwe all’indipendenza dalla Gran Bretagna e al riscatto dal regime di apartheid.

Nato nel 1924 e laureato in scienze politiche in Sudafrica, Mugabe aderì nel 1964 al partito dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe (Zanu) sostenendo la necessità della lotta armata per ottenere l’indipendenza. Dopo dieci anni di prigionia per le sue posizioni estreme a favore dell’insurrezione, Mugabe si trasferì all’estero nel 1976 e prese il controllo dell’ala paramilitare del suo partito.

Quando nel 1980 lo Zimbabwe ottenne l’indipendenza, Mugabe, considerato eroe dell’emancipazione africana e simbolo della lotta alla segregazione razziale, divenne il primo premier nero della nazione, inaugurando una stagione al potere durata 37 anni.

Il leader infatti, mantenne la propria carica sino al 1987, anno in cui fu eletto presidente e abolì il ruolo di primo ministro. Nel corso della sua presidenza l’immagine di Mugabe come emblema della liberazione africana ha fatto però via via spazio a quella di un leader autocratico ossessionato dal controllo e dall’esercizio personalistico del potere attraverso l’uso della violenza. In numerose occasioni Mugabe è stato accusato apertamente, anche a livello internazionale, di essere il responsabile di arresti arbitrari nei confronti degli oppositori politici, delle limitazioni imposte al dissenso e alla libertà di manifestare, e delle feroci repressioni contro i civili avvenute nella metà degli anni ’80 - in cui trovarono la morte circa 20mila persone -, oltre che di corruzione e appropriazione di beni dello Stato.

Nel 2017 la sua lunga presidenza è volta al termine quando i militari lo hanno destituito, impedendo di fatto la candidatura dell’ambiziosa moglie Grace e favorendo l’ascesa dell’allora vicepresidente Emmerson Mnangawa, per decenni suo braccio destro e membro del suo stesso potente partito, lo Zanu-Pf.

Mnangagwa fu poi eletto alla guida del paese nel 2018. Ma aver spodestato Mugabe non sembra aver cambiato la difficile realtà sociale ed economica in cui versa ormai da anni il paese. Oggi il Pil registra un calo del 40%, l’inflazione cresce verso il 200% e nella capitale i beni di prima necessità scarseggiano.

Ad oggi circa 5 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari, 4,5 milioni di abitanti quest’estate hanno avuto acqua corrente una volta alla settimana e la fornitura di corrente elettrica non è garantita con black-out che durano fino a 18 ore. Di fronte alle proteste al momento, il nuovo presidente ha risposto promettendo riforme per rilanciare l’economia ed ha vietato altre manifestazioni reprimendo i dissensi. Anche senza Mugabe lo Zimbabwe rimane in ginocchio.