Sudafrica / Attacchi xenofobi

Apartheid del terzo millennio

La nuova esplosione di violenza contro gli immigrati africani in Sudafrica riflette la profonda spaccatura socio-economica del paese alla quale, in decenni di governo, l’African National Congress non ha saputo dare risposte.

di Antonella Sinopoli

Non saranno certo gli appelli su twitter del presidente Cyril Ramaphosa a risolvere le violenze xenofobe in Sudafrica. La situazione è sfuggita di mano da tempo ai leader di un paese che sta mostrando, attraverso le ultime vicende di violenza, gli aspetti di una crisi di cui alcuni di loro sono politicamente e moralmente responsabili.

Gli ultimi attacchi sono avvenuti ieri mattina a Johannesburg quando un gruppo di uomini ha fatto irruzione nel centrale quartiere degli affari, chiedendo agli stranieri di lasciare la zona. La giornata si è conclusa con due morti, dozzine di arresti, auto, edifici e attività commerciali vandalizzate.

Da qualche anno ciclicamente si verificano ondate di violenza verso gli stranieri. Con violenze che prendono di mira le singole persone ma anche, e soprattutto, le attività commerciali. Il più grave nel 2008 quando incendi, saccheggi, attacchi fisici provocarono la morte di oltre 60 persone. E con il termine straniero si intende nero. Persone accusate, da altri africani neri - la maggioranza della popolazione sudafricana - di “essere venuti a rubarci il lavoro”.

Eppure, secondo l’ultimo censimento (2011), gli immigrati ufficiali risultano 2,2 milioni su una popolazione che oggi è di circa 58 milioni di persone. Seppure a questo numero se ne fosse aggiunto qualche migliaio dal 2011 ad oggi, non cambierebbe la sproporzione evidente e la “leggerezza” delle accuse.

La realtà è che gli stranieri in Sudafrica - il 75% di loro proviene da altri paesi africani - sono diventati da tempo un capro espiatorio utilizzato da quegli esponenti del governo e dello Stato incapaci di affrontare seriamente e una volta per tutte le evidenti sperequazioni sociali presenti nel paese.

La Costituzione del 1997, che sottolinea principi di uguaglianza e non discriminazione - in rottura definitiva con anni di regime di apartheid - è in realtà un modello solo sulla carta. La garanzia di uguali diritti tra bianchi e neri rimane ancora una speranza.

Secondo il South African Institute of Race Relations (Sairr) malgrado l’emergere della classe media, il 20% delle famiglie nere vive in uno stato di estrema povertà, contro il 2,9% delle famiglie bianche. Anche i dati sulla disoccupazione danno la misura del forte divario che esiste nel paese: il 41,5% dei sudafricani neri contro l’11,7% dei sudafricani bianchi. Inoltre, solo il 10% delle famiglie nere beneficiano di una copertura medica, contro il 71,7% delle famiglie sudafricane bianche.

E ancora, la minoranza bianca della popolazione, 8%, possiede ancora il 72% delle aziende agricole, contro il 4% delle proprietà di sudafricani neri che rappresentano l’80% della popolazione. A un quarto di secolo dalla fine dell’apartheid sono cifre che dovrebbero preoccupare (o anche far vergognare) la classe dirigente di quello che avrebbe dovuto essere il “paese arcobaleno”.

Invece sono proprio i leader a sedere sul banco degli imputati per quanto sta accadendo. Amnesty International in queste ore ha lanciato accuse precise: “alla base degli ultimi attacchi ci sono anni di impunità per i crimini contro gli stranieri”. “Da anni i rifugiati, i richiedenti asilo, i migranti sono i capri espiatori di politici privi di scrupoli che promuovono la narrativa dello straniero venuto a rubare il lavoro e che è responsabile di tutto ciò che di negativo accade nel paese” ha dichiarato Shenilla Mohamed, direttrice generale di Amnesty International Sudafrica.

Invece di condannare, arginare e punire tali violenze, negli anni si è intensificata una pericolosa politica, quella del dito puntato contro lo straniero. Atteggiamento inteso, in realtà, a scrollarsi di dosso responsabilità e inadempienze. È ancora Amnesty a ricordare che nel dicembre 2016 il sindaco di Johannesburg, Herman Mashaba, aveva definito gli immigrati “criminali” e pochi mesi fa l’allora ministro della Salute, oggi ministro degli Interni, Aaron Motsoaledi, li aveva incolpati di aver “messo in crisi” il sistema sanitario nazionale.

Ma la nuova ondata di violenze iniziata la scorsa settimana - che ha provocato finora 12 morti e oltre 400 arresti - rischia di avere forti, e al momento imprevedibili, ripercussioni in altri paesi africani e nelle relazioni internazionali.

In Nigeria, in particolare, dove alcuni leader hanno fatto appello a boicottare prodotti e imprese “Made in South Africa” compresa la DSTV che fornisce programmi televisivi in digitale o il gigante delle telecomunicazioni, MTN.

E l’Associazione nazionale degli studenti nigeriani ha fissato un ultimatum a tutti i sudafricani che hanno aziende e affari nel paese: lasciare la Nigeria entro 7 giorni. Questo dopo una serie di attacchi di ritorsione contro imprese sudafricane, culminati con la chiusura dell'ambasciata del Sudafrica in seguito a minacce alla sicurezza dei suoi funzionari.

Tensione anche con il Ghana il cui ministro degli Esteri si è lamentato con i colleghi sudafricani per l’arresto di 4 ghanesi e il ferimento di altri 3 durante le operazioni di polizia intese a ripristinare l’ordine. Foto sui social media mostrano invece le proteste dinanzi all’ambasciata di Lubumbashi, capitale della provincia del Katanga nella Repubblica democratica del Congo e quelle di studenti universitari a Lusaka, capitale dello Zambia.

Air Tanzania ha annunciato la sospensione dei voli verso il Sudafrica “non vogliamo - ha detto il ministro dei Trasporti - portare passeggeri in un luogo di caos”. Tra gli altri anche i governi della Somalia, Etiopia, Zimbabwe, Kenya (due sono le vittime originarie di questo paese) hanno condannato duramente le violenze.

Anche lo sport ha risentito dell’ondata di sdegno seguita agli ultimi episodi: l’amichevole che avrebbe dovuto svolgersi sabato 7 settembre all’Orlando Stadium è stata rinviata a data da destinarsi dopo che la South African Football Association non è riuscita a garantire la presenza della squadra che avrebbe dovuto giocare contro il celebre team Bafana Bafana, a seguito del ritiro delle squadre dello Zambia e del Madagascar.

Seria anche la decisione di alcuni leader africani, Nigeria in testa, di cancellare la loro presenza ai lavori del World Economic Forum che si è svolto la scorsa settimana a Cape Town. Tra questi i presidenti del Rwanda, Paul Kagame; della Rd Congo, Felix Tshisekedi e del Malawi, Peter Mutharika. È chiaro che né Ramaphosa - presidente da febbraio 2018, quando il controverso Jacob Zuma fu costretto a dimettersi - né la compagine di governo, né i leader politici possono continuare ad libitum ad affrontare i disagi della nazione puntando il dito sugli “altri”.