Paul Gilroy (Traduzione di Miguel Mellino e Laura Barberi)

The Black Atlantic. L’identità nera tra modernità e doppia coscienza

Metelmi, 2019, pp. 424, € 24,00

Pubblicato nel 1993 e tradotto la prima volta il italiano nel 2003, viene ora riproposto e a ragione perché tratta di aspetti rimossi dal dibattito delle idee. Uno studio che mette in discussione le visioni moderne sulla nazionalità, sull’etnicità e sull’autenticità culturale, muovendo dall’Atlantico nero, concepito come la rotta degli schiavi tra l’Africa e le Americhe ma anche come il costituirsi di comunità di immigrati neri nella Gran Bretagna postcoloniale.

The black atlantic è uno spazio politico e culturale che, nei propositi dell’autore, dovrebbe consentire alle comunità afrocaraibiche, nere europee, africane e africano-americane di elaborare nuove forme di identità.

Uno spazio cosmopolita, ibrido e delocalizzato, spiega bene in una nota iniziale Miguel Mellino, e specifica: «L’essenza di questo Atlantico nero è costituita da una cultura nera diasporica, intesa come forma transnazionale di creatività culturale, irriducibili a qualsiasi tradizione nazionale o base etnica».

Gilroy, che insegna Sociologia e studi afro-americani alla Yale University, ritiene che la diaspora possa darsi una soggettività nera facendo leva sulla memoria della schiavitù, dell’esperienza coloniale e delle discriminazioni razziali, e recuperando quella che lo storico statunitense W.E.B. Dubois ha definito “doppia coscienza” dei neri, cioè il loro essere dentro e fuori le regole e i diritti della società moderna, dentro e fuori gli stati in cui venivano deportati.