Luigi Gaffuri

Racconto del territorio africano. Letterature per una geografia

Lupetti, 2018, pp. 319, € 27,00.

di Itala Vivan

Sembra che in Italia si stia delineando un’accelerazione nell’interesse, e un risveglio dell’attenzione, per l’Africa e le sue culture. Mentre due grandi premi letterari portano alla ribalta scrittori africani – lo Strega a Fratelli dell’anima di David Diop, il Lattes Grinzane con finalista Yewande Omotoso de La signora della porta accanto – la saggistica offre nuovi sguardi sul continente.

Tra questi ultimi, l’intrigante prospettiva del geografo Luigi Gaffuri, africanista di lungo corso, con Racconto del territorio africano, che indugia sulla letteratura partendo dal punto di vista appunto della geografia.

Si tratta di un taglio inedito ma radicato in riflessioni e ricerche condotte nell’arco di anni di studio e insegnamento universitario. Le categorie tempo/spazio sono essenziali nell’arte del narrare, e, sebbene non possano venir grossolanamente riportate a parametri di storia e geografia, si fondono per collocare il racconto in realtà che si costruiscono proprio nelle loro intersezioni. Il concetto di territorio, comunque, nasce da componenti non solo spaziali, ma anche culturali e temporali e, come fa notare Gaffuri, ciò appare evidente dalla resa che ne fa l’artista africano nella sua letteratura orale e scritta.

Il libro di Gaffuri si articola in otto densi capitoli che costituiscono altrettanti saggi a sé stanti, pur contribuendo a un unico tema, ossia la lettura – e talora forse anche l’invenzione – del territorio africano attraverso il racconto letterario. I primi tre di essi indagano aspetti teorici riguardanti l’immaginario geografico e la rappresentazione, il territorio e il paesaggio, l’ambiente, e altro. Gli altri cinque capitoli si rivolgono a prodotti letterari per osservarne le modalità di rapporto con il territorio africano, e dapprima avvicinano autori europei che hanno guardato l’Africa con particolare intensità, sebbene determinati dalla condizione coloniale e dagli esotismi e le alterizzazioni che essa ha comportato.

Se il Conrad di Cuore di tenebra e la Karen Blixen de La mia Africa erano anche protagonisti del discorso coloniale, lo straordinario Ennio Flaiano di Tempo di uccidere, con le sue ironiche, dissacranti atmosfere paesaggistiche del tutto prive di retorica, la spassionata, acuta percezione di quale sia il rapporto degli abitanti con il proprio territorio, e la desolata e desolante rappresentazione della discrasia culturale del fascismo italiano rispetto all’universo etiopico, appare come spietato osservatore dell’incontro coloniale fra Italia e Africa.

Particolarmente avvincente risulta questa parte dell’analisi di Gaffuri che studia attentamente forme e atteggiamenti narrativi di uno dei testi ove più lucidamente si rappresenta l’Italia alla conquista della “sua” Africa, ma anche l’Africa che si spalanca dinanzi agli occhi dell’ufficiale d’un esercito di conquista.

Un solo capitolo, ahimè, verso la fine del libro, prende in esame lo spazio geografico nelle narrazioni africane. Il territorio diventa qui soggetto semiotico complesso in cui viene socializzata la natura, mentre si mira a «mettere in luce come i processi di territorializzazione siano coglibili nelle rappresentazioni artistiche intese come forme narrative». Avremmo voluto che qui prendesse avvio un altro e nuovo libro che desse la rivincita al postcoloniale africano rispetto allo sguardo europeo inevitabilmente coloniale e gli aprisse lo spazio dovuto, in una diversa dimensione di sguardo culturale.