I primi 20 anni di Mohammed VI

Marocco, si può fare (molto) di più

E’ un bilancio fatto di forti contrasti quello del primo ventennio di regno del sovrano marocchino, in particolare sul piano sociale ed economico. Del tutto negativa, invece, la tutela dei diritti umani.

di Luciano Ardesi

Il re del Marocco Mohammed VI festeggia oggi i 20 anni di regno. Poteva essere una giornata di grande esibizione, ma i festeggiamenti sono stati contenuti nella cornice tradizionale.

Lo stesso M6, come viene familiarmente chiamato, ha fatto appello ad una certa moderazione, espressa anche ieri sera nel consueto discorso del trono. Ha giocato la parte dell’osservatore critico, si è detto dispiaciuto delle disuguaglianze (un discorso già sentito da alcuni anni), ha annunciato una commissione col compito di rivedere il “modello di sviluppo” e ha invitato il governo a un rimpasto. Secondo tradizione ha concesso la grazia a un certo numero di sudditi.

Ma più che il discorso, interessante è il contesto. Da giorni l’informazione si divide tra un ossequio senza ritegno e il tentativo di un bilancio obiettivo, senza contravvenire al patto, non scritto ma reale, della monarchia con il suo “caro popolo”, i partiti e le istituzioni. Il re, l’islam e l’integrità territoriale (leggi l’annessione del Sahara Occidentale) sono infatti argomenti “indisponibili” nel regno di M6, come dei suoi predecessori.

Gli adulatori sottolineano le conquiste della modernità, soprattutto tra le infrastrutture (l’ultima il treno ad alta velocità tra Tangeri e Casablanca) e della democrazia, culminata con un “non ci sono prigionieri politici in Marocco” (sic!) di Amina Bouayach, presidente del Consiglio nazionale dei diritti umani, che li dovrebbe garantire anziché fare propaganda. Ma è soprattutto sul piano sociale ed economico che il bilancio si fa in chiaroscuro.

Nella diagnosi impietosa fatta dalla non allineata rivista marocchina TelQuel, si ammette che vent’ani fa il punto di partenza (povertà, analfabetismo, sviluppo umano) era certo peggiore, ma l’analfabetismo riguarda ancora un terzo della popolazione (era più della metà), e la povertà assoluta tocca il 5% dei sudditi. Diverse fonti critiche ribadiscono quello che è sotto gli occhi di tutti, e che il re stesso non nega più, ovvero che le disuguaglianze sono aumentate.

Nel Marocco di quello che sarà il più alto grattacielo dell’Africa (250 metri), i contrasti sono ancora più evidenti. Le cifre, oggi riprese, sono quelle elaborate da Oxfam nel suo rapporto di tre mesi fa: a causa delle disuguaglianze, il Marocco è al 123esimo posto nel mondo su 188 paesi nell’Indice di sviluppo umano, la disuguaglianza di genere è ancora più forte (137esimo posto su 147 paesi considerati), l’investimento nella salute è particolarmente debole. E la politica fiscale non fa che contribuire alle ingiustizie.

Il malessere sociale si traduce nei movimenti di protesta diffusi nelle regioni più emarginate, il più importante quello del Rif, scoppiato nel 2016 e a cui si è per il momento risposto solo con la repressione. Lo stretto controllo sull’informazione ufficiale riesce a nascondere solo parzialmente questo stato di cose. Quanto ai motivi della protesta continua (autodeterminazione) e alla repressione feroce dei sahrawi nel Sahara Occidentale, l’argomento è semplicemente tabù. La ricetta implicita, suggerita dal re, è una maggiore liberalizzazione economica. Del resto una politica filo occidentale, e ancor più filo francese, e di apertura (turismo, religione, capitali) ha fatto del Marocco l’interlocutore privilegiato nella regione.

La ricetta è stata sperimentata dal re in persona, che può concludere i suoi primi 20 anni di potere con un intimo motivo di soddisfazione, pudicamente non divulgato. Grazie alla ristrutturazione delle sue holding, la sua ricchezza personale è oggi stimata a 5,7 miliardi di dollari, oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, moltiplicata di 10 volte dall’inizio del suo regno.