Libia

A Tripoli la guerra continua

Il conflitto in corso nel paese nordafricano ha visto un’escalation dovuta in gran parte all’intervento di paesi stranieri che giocano le proprie strategie geopolitiche attraverso il sostegno bellico ai due contendenti. Con l’enorme rischio che a beneficiarne siano però gli uomini del califfato.

di Antonio M. Morone

Era la mattina del 22 luglio, quando un aereo da guerra L-39 Albatros in assetto da combattimento è atterrato su una strada secondaria appena fuori il villaggio di Beni Khadash, sulle montagne a Sud di Medenine, a circa 100 chilometri dal confine tra Tunisia e Libia.

In un primo momento non era chiaro se il pilota e l’aereo appartenessero alle forze del governo di Accordo nazionale di Tripoli oppure all’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar. Solo nel tardo pomeriggio è arrivata la conferma che l’aereo di Haftar era atterrato per un problema tecnico, dopo aver avvisato le autorità tunisine. Secondo altre fonti, il pilota potrebbe però aver disertato.

Al di là delle possibili motivazioni che possono spiegare l’atterraggio d’emergenza, il fatto dimostra inequivocabilmente l’escalation non solo dei combattimenti, ma anche dei mezzi militari impiegati (aerei e droni) su un fronte che passa all’interno di aree densamente popolate della capitale libica. Il numero dei civili sfollati è infatti cresciuto da aprile a oggi, raggiungendo, secondo le stime della Organizzazione internazionale delle migrazioni, le 82mila persone.

Proprio l’uso di tecnologie militari sofisticate segna il passo di una guerra che negli anni passati era stata combattuta prevalentemente attraverso mezzi leggeri: i pick-up che sul cassone montano cannoncini e lanciamissili. L’escalation tecnologica ripropone un dato centrale del conflitto in Libia, ossia il coinvolgimento di paesi stranieri senza i quali non sarebbe immaginabile l’utilizzo di droni, aviazione e altre sofisticate armi.

Nella guerra internazionale per la Libia, è bene ricordarlo, l’Italia, insieme a Qatar e Turchia sostiene Misurata che è il maggiore azionista del governo di Accordo nazionale, mentre Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Russia sostengono Haftar. Non stupisce allora che il 29 giugno Haftar abbia minacciato di attaccare navi e aerei turchi sul territorio libico e si sia spinto a chiudere ogni esercizio commerciale gestito da cittadini turchi in Cirenaica (spesso ristoranti), minacciando il loro arresto.

L’eterogeneità dei due fronti rivela il pragmatismo delle poste in gioco (il petrolio, il ricco mercato libico e il peso stratego della Libia anche per il controllo dei migranti), ma il bilancio degli ultimi quattro mesi di combattimenti rivela anche che nessuno dei due schieramenti può facilmente prevalere sull’altro. L’offensiva di Haftar su Tripoli si è trasformata in una guerra di posizione della quale non si intravede la fine.

Il governo di Accordo nazionale è in fondo solo un intermediario nel conflitto che sempre più chiaramente oppone Misurata a Haftar. La dirigenza di Misurata, legata alla Fratellanza musulmana, nei suoi piani sicuramente lega strettamente il futuro della Libia all’islam politico, mente Haftar e i suoi sostenitori (molti dei quali dell’ex regime di Gheddafi) coltivano invece un progetto per una Libia forte dove i militari dovranno avere un posto di primo piano, come accade in Egitto che è appunto il loro grande alleato.

Intanto, tra i due contendenti, è l’Isis a fare la sua ricomparsa nel sud del paese in alcune foto e video che circolano su internet. In effetti dopo la sconfitta dello Stato islamico a Sirte nel dicembre del 2016, molti dei suoi combattenti libici e per lo più stranieri, non lasciarono la Libia ma semplicemente riuscirono a mimetizzarsi nel grande meridione del paese. La sconfitta dell’Isis fu possibile proprio per una convergenza impropria tra le forze di Haftar e quelle di Misurata. La guerra odierna può allora aprire uno spazio inedito per una ripresa e nuova offensiva del califfato.