Uganda / Biodiversity offsetting

Turismo (in)sostenibile

Un progetto nato per compensare la distruzione di biodiversità è servito a trasformare delle riserve naturali in località di vacanza per ricchi villeggianti. Mentre si è incrementata l’insicurezza alimentare nell’area delle cascate di Kalangala.

di Luca Manes di Re: Common

Si chiama “compensazione della biodiversità”, in inglese biodiversity offsetting. Sulla carta sembrerebbe un meccanismo teso alla tutela dell’ambiente e della natura. Ma poi nei fatti spesso le cose non vanno nella giusta direzione, come spiega l’ultimo rapporto di Re:Common "Trasformare foreste in alberghi".

Un caso esemplificativo è proprio quello esaminato nell’inchiesta condotta dall’associazione, che dimostra come dietro un ipotetico “schema virtuoso” in Uganda si nasconda una beffa colossale, soprattutto per le comunità locali.

Per raccontare lo storia bisogna fare un passo indietro, a quando nel 2001 la Banca mondiale (Bm) finanziò i lavori per la costruzione della diga di Bujagali sul Nilo Bianco, nei pressi del lago Vittoria. Il bacino artificiale creato dallo sbarramento cancellò le omonime e meravigliose cascate, oltre a causare lo sfollamento di oltre 3mila famiglie di contadini e pescatori. Tra ritardi e accuse di corruzione, l’opera è stata completata solo nel 2012. Una vicenda tanto oscura e problematica che costrinse gli stessi banchieri di Washington a recitare un tardivo mea culpa.

Per rimediare, la Bm ha convinto il governo ugandese a stipulare un accordo per la realizzazione di un progetto di compensazione della biodiversità nell’area di un’altra cascata, quella di Kalangala, venti chilometri a nord di Bujagali: «Le cascate di Kalangala e tutta l’area circostante saranno conservate in perpetuo a compensazione della perdita delle cascate di Bujagali», certifica l’intesa.

L’inghippo sta nel fatto che la zona di Kalangala è stata “dedicata” a un mega centro per il turismo di lusso, negando di fatto alle comunità locali l’accesso alla terra.

A beneficiare in maniera preponderante di questo inaspettato “cambio di destinazione d’uso” è stata la compagnia neozelandese Adrift. Durante la costruzione della diga di Bujagali, la stessa Adrift aveva protestato contro gli impatti che il progetto avrebbe avuto sul loro business, che consisteva all’epoca nell’organizzare rafting (discesa in gommone) sul Nilo nei pressi della cascata.

Nel 2008 ha aperto il Wildwaters Lodge, un albergo esclusivo che sorge su un’isola sul Nilo, distante poche decine di metri dal villaggio di Kalangala, mentre successivamente aveva ottenuto una nuova licenza per realizzare un secondo hotel, che sarà aperto quest’estate. La struttura disporrà di più di 100 stanze, due piscine e una spa e sorgerà all’interno della foresta di Kalangala, attualmente interamente recintata con il filo spinato per via dei lavori di costruzione.

In sostanza, un progetto che avrebbe dovuto compensare la distruzione di biodiversità è servito a trasformare delle riserve naturali in località di vacanza per ricchi turisti. Come conseguenza diretta, si è incrementata l’insicurezza alimentare di tutta l’area, anche perché l’attacco alle comunità locali non si ferma qui.

Benché l’obiettivo del progetto fosse la conservazione «in perpetuo» dell’area di Kalangala, il governo di Kampala, lo scorso marzo, ha inaugurato l’ennesima diga, quella di Isimba, situata a soli 15 chilometri dalle Cascate di Kalangala. Per la serie oltre il danno la beffa, il bacino inonderà buona parte dell’area che doveva essere protetta dal progetto di compensazione.

Dal momento che questa nuova opera rappresenta una chiara violazione da parte dell’esecutivo ugandese dell’accordo firmato con la Banca mondiale, che proibiva esplicitamente di danneggiare la biodiversità nell’area di Kalangala, moltissimi esponenti della società civile ugandese e internazionale hanno incalzato la Bm.

Incuranti di questo, i banchieri di Washington hanno invece concordato, assieme all’esecutivo di Kampala, la modifica dell’area originariamente inclusa nel progetto di compensazione, così da “far rientrare” la costruzione della nuova diga. In pratica, è stato istituito un nuovo progetto per compensare la distruzione del precedente progetto di compensazione. Oppure, adoperando un’altra chiave di lettura, un doppio accaparramento di terre camuffato.

Il tutto non può che andare a discapito delle comunità locali, a ragione sempre più esasperate dalla condotta del governo e delle compagnie private. Al di là del caso specifico e delle sue “particolarità”, in generale c’è il rischio che uno strumento come il biodiversity offsetting possa prendere sempre più piede in altri paesi africani. Con tutto quello che ne consegue...