Francesca Mannocchi

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Einaudi, 2019, pp. 196, € 17,00

di Raffaello Zordan

Il suo specifico è raccontare, da giornalista e analista, quel che avviene nella pancia della Libia e perché. L’argomento è quello, però questa volta l’autrice, firma dell’Espresso, ha scelto di cimentarsi con un’altra modalità espressiva e di affidarsi alla voce narrante di Khaled, giovane uomo di Misurata che ha preso parte alla “primavera” del 2011 per accorgersi quasi subito che non c’è stata nessuna rivoluzione.

Una voce passe-partout, una chiave che apre più porte: quella di un mestiere odioso ma in linea con il clima politico-economico del paese e quella del senso di colpa; quella degli incombenti affetti famigliari e quella del sistema Gheddafi (che da bambino Khaled chiama “Santana” perché gli ricorda il chitarrista Carlos Santana), ancora ben ancorato nella carne dei libici otto anni dopo la fine la fine del regime della Guida; quella del variegato arcipelago delle milizie («Chi ha armi e soldi ha potere», siamo in presenza di «tanti Gheddafi minori») e quella dei migranti che sono considerati alla stregua di un bancomat e valutati solamente in base alla capacità delle famiglie di origine di pagare (siriani ed eritrei guidano la classifica e hanno un posto in prima classe sui barconi).

L’operazione di Francesca Mannocchi è riuscita. E non solo perché il suo personaggio – sintesi di ciò che la giornalista ha visto, ascoltato, documentato – possiede un carattere, un pensiero e una profondità psicologica, e quindi il testo entra di diritto nel genere letterario.

È riuscita perché un libro di questo genere dovrebbe essere in grado di aprire anche la porta di quei lettori che dedicano poca attenzione ai reportage giornalistici, ancor meno alle analisi, e che si mantengono a una distanza di sicurezza dalle vicende libiche perché considerate intricate, lontane; cose da lasciare, nel migliore dei casi, alle organizzazioni non governative o, nel peggiore dei casi, alle dichiarazioni del ministro degli interni italiano.

Forse quella consistente parte di opinione pubblica che “vive altrove” e che considera il Mediterraneo un luogo di escursioni turistiche potrebbe ricredersi leggendo le pagine iniziali del capitolo “Come va già una cosa che muore”. Dagli incubi di Khaled si materializza la figura della signora Fouzieh e del suo bambino, inghiottiti dal mare poco dopo che un barcone marcio ha preso il largo verso le coste italiane.

La donna siriana gli chiede una spiegazione e Khaled, lucido come sempre, le risponde di lasciarlo dormire perché lui l’aveva detto: bastava pagare e sarebbero saltati fuori altri due salvagente, e poi voi mi imploravate di partire e io vi ho accontentato anche se era novembre e «a novembre il mare è di malumore». Il nonno di Khaled gli diceva sempre che il mare aveva portato solo patimenti alla Libia: perché il mare «prende le persone, chiede ogni anno la sua parte»