Stephen Smith (Traduzione di Piero Arlorio)

Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente

Einaudi, 2018, pp. 164, € 20,00

di Raffaello Zordan

Anche un lettore avvertito di “cose africane” si sente continuamente strattonato e provocato, scorrendo queste pagine scritte da un esploratore della geografia umana dell’Africa. Così si definisce l’autore che insegna Studi africani alla Duke University (Durham, Carolina del Nord) ed è stato a lungo collaboratore di Liberation e di Le Monde.

Strattonati a suon di cifre e percentuali sugli andamenti divergenti delle demografie d’Europa (oggi 510 milioni di abitanti; 450 milioni nel 2050) e d’Africa (oggi 1,25 miliardi; 2,5 miliardi nel 2050) e sulle ricadute in entrambi i continenti; oppure sull’individuazione quantitativa della classe media nel continente africano: 237 milioni dispongono da 2 a 20 dollari al giorno, secondo la Banca africana di sviluppo (dati 2011), che però, secondo l’autore, avrebbe taciuto il fatto che due terzi guadagnano da 2 a 5 dollari. Con buona pace dello sviluppo e della classe media.

Provocati, e anche un tantino perplessi (Smith mostra più dimestichezza con la sapienza dei numeri che con i meccanismi della politica), laddove ci s’inoltra nelle scelte che la politica dovrebbe a fare. Smith rileva, ma non scopre nulla di nuovo, che molte realtà africane stanno attraversando una soglia di prosperità minima e che in Europa ci sono ormai comunità diasporiche ben strutturate.

Questi due fattori spingerebbero all’esodo verso l’Europa. Anzi assume che sia «nell’ordine delle cose» che la gioventù africana – oggi il 40% degli abitanti ha meno di 15 anni – continuerà dirigersi verso il vecchio continente. Dove comunque oggi gli immigrati di origine africana sono il 2% della popolazione. Che fare? L’autore toglie di mezzo, definendole non praticabili, le due soluzioni che vengono più sbandierate in Europa.

Pollice verso per quelle politiche che puntano sulla creazione di “Eurafrica”, attraverso la buona accoglienza dei migranti, ipotizzando che ringiovaniscano e rendano più dinamico il continente. Significherebbe l’americanizzazione dell’Europa e la fine del welfare europeo, che negli Usa, paese d’immigrazione, è ai minimi termini.

Il punto debole di Eurafrica è però un altro: un conto è invitare alla condivisione della ricchezza, un altro è «condividere la capacità di una società di creare ricchezza: se fosse facile, l’aiuto al sottosviluppo non sarebbe il fallimento che è, e i migranti non abbandonerebbero il loro paese». Scartate anche le politiche «ignominiose» per costruire la fortezza Europa perché qualsiasi tentativo esclusivamente securitario di contenere le migrazioni dall’Africa è destinato al fallimento.

Smith alla fine ammette che a gestire questa situazione sarà una politica che lui definisce «raffazzonata» perché non realizza mai le cose fino in fondo ed è specchio del «funzionamento non lineare delle democrazie moderne». Facile ribattere che è meglio una democrazia “non lineare” che uno stato “rettilineo” ma autoritario. Aldilà di queste asperità, il libro merita attenzione. Perché fornisce una messe di dati (non tutti aggiornatissimi), li compara e li critica, perché rifugge da semplificazioni sviluppiste, perché prova a capire che cosa davvero sta succedendo nelle società africane.

In quanto rivista che si occupa di Africa, abbiamo particolarmente apprezzato l’analisi sul profilo demografico molto giovane delle società subsahariane e sulle classi d’età tradizionali che imbrigliano le giovani generazioni e non danno risposte ai loro bisogni fondamentali. Aspetti che concorrono a spiegare la difficoltà di consolidarsi dei sistemi democratici.