Mauro Valeri

Afrofobia. Razzismi vecchi e nuovi

Fefè, 2019, pp. 218, € 13,00

Un capitolo s’intitola “razzismo democratico” e si riferisce a quanto è avvenuto negli Stati Uniti, in alcuni stati dell’Africa australe e in Europa con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948): razzismo è una parola ancorata al genocidio della comunità ebraica, mentre si continua praticare il razzismo di stato (Sudafrica e Usa) ed è accettata l’idea dell’inferiorità dei neri.

In Europa, il processo di decolonizzazione dell’Africa (anni ’60) e l’avvio di flussi migratori alimenta nostalgie di dominio e di supremazia bianca. L’Italia democratica si autoassolve con la missione civilizzatrice e rimuove il passato coloniale.

Si riflette invece sul “razzismo rovesciato” nel capitolo in cui si ricorda che, nel contesto della crisi economica strutturale degli anni ’70, partiti e movimenti, specie negli Usa, giocano la “carta razziale”, dicendo ai bianchi poveri che la colpa della loro condizione sta nei diritti conquistati dai neri. Quasi che i diritti dei neri siano dei privilegi che offuscano i diritti dei bianchi.

L’autore, sociologo e psicoterapeuta, già direttore dell’Osservatorio sulla xenofobia e dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, fornisce una lettura storica e sociologica delle metamorfosi del razzismo – anche di quello italiano – dal 1860 ad oggi. Ammonendo in premessa che «anche se la scienza ha dimostrato che avere la pelle bianca e nera non vuol dire altro che avere la pelle bianca e nera, l’afrofobia ha continuato a essere una modalità con cui si stabiliscono relazioni sociali, che sono sempre anche relazioni di potere».