Terrorismo in Africa Occidentale

Il jihad minaccia il Ghana

Cresce l’allerta terroristica anche nel tranquillo paese africano. Per la prima volta la Gran Bretagna parla di probabili attacchi “anche in luoghi visitati da stranieri". Un segnale che evidenzia la sempre più rapida propagazione di cellule jihadiste anche fuori dall’area del Sahel.

di Antonella Sinopoli

Se anche il Ghana rimarrà colpito dalla spirale di estremismo religioso e di violenza ci sarà ulteriore tema di riflessione per chi vuole capire le dimensioni, le origini e le reali motivazioni del fenomeno jihadista nel continente sub-sahariano.

È chiaro ormai che Isis, al-Qaeda e tutte le varie derivazioni vicino a questi gruppi, si sono riversate fuori dal Sahel per raggiungere aree e confini finora rimasti fuori da azioni terroristiche. Mali, Ciad, Niger, Mauritania continuano ad essere il centro dell’attenzione e delle missioni internazionali, ma a questi paesi si sono aggiunti recentemente la Costa d’Avorio (ricordiamo gli attacchi a Grand-Bassam nel 2016), il Burkina Faso (numerosi gli episodi recenti, compresi una serie di attacchi a chiese cattoliche con 16 morti), il Benin, dove poche settimane fa una coppia di turisti francesi è stata rapita. E ora il Ghana.

Armato in chiesa

L’arresto di un burkinabé armato in una chiesa cattolica dove era in corso una funzione religiosa, ha messo in allarme il governo e i servizi di sicurezza che ora non nascondono più il rischio di attacchi terroristici nel paese. Il fatto è accaduto la scorsa settimana ad Hamile nella regione Upper West, a maggioranza musulmana, a pochi chilometri dal confine con il Burkina Faso. L’uomo, in possesso di un’arma con nove proiettili nel caricatore, aveva con sé i documenti, ma non è chiaro (non ha spiegato) il motivo della sua presenza in chiesa in quel momento e perché portasse con sé un’arma carica.

Per gli investigatori non è da escludersi il piano di un attacco terroristico. Un altro uomo, anch’egli di nazionalità burkinabé, è stato arrestato come persona legata alla vicenda e a conoscenza dei fatti. Le comunità religiose hanno risposto chiamando i loro fedeli alla pregheria. A cominciare dall’imam del paese, il centenario Osmanu Nuhu Sharubutu, che ha invitato i musulmani a pregare affinché il Ghana rimanga fuori dal pericolo del fondamentalismo.

Ad essere certo che il paese può affrontare un’eventuale minaccia islamica, è il presidente Nana Akufo Addo che nell’immediatezza del fatto, parlando ad un incontro con la comunità ghanese a Toronto, aveva detto che il governo sta dotando le agenzie di sicurezza interna di tutti i mezzi a sua disposizione per evitare pericoli e attacchi. Ironia della sorte, a poche ore dalle sue dichiarazioni due volontarie di origini canadesi sono state rapite da un gruppo armato a Kumasi, la capitale economica del paese.

Cresce l’insicurezza

Di che sicurezza si parla? In questi primi mesi dell’anno ci sono stati diversi altri rapimenti a scopo di estorsione. Come quello, in aprile, di un uomo di origine indiana che le forze dell’ordine sono riuscite a liberare, pare prima che fosse pagato un riscatto. O delle tre ragazze di Takoradi, capitale della regione più ricca di petrolio del paese.

Che si tratti di crimine organizzato o di singoli atti non cambia lo stato di incertezza e insicurezza in cui sta scivolando questo paese, in cui azioni come queste erano rare. Un paese noto per la convivenza pacifica tra le differenti etnie e religioni (tra musulmani e cristiani c’è sempre stato mutuo rispetto) e per essere riuscito finora a restare lontano e immune dalla crescente ondata di estremismo, non solo quella del Sahel, appunto, ma anche da quella delle frange di Boko Haram nella non distante Nigeria e da tempo comparse anche nelle regioni a Nord del Camerun.

Parlando con la stampa locale Fiifi Adu-Afful, analista della sicurezza del Centro internazionale per il mantenimento della pace Kofi Annan, ha detto: «Quanto accaduto negli ultimi anni in alcuni paesi africani, compresi i confinanti Costa d’Avorio e Burkina Faso, è un forte segnale che il Ghana è ora un probabile target per operazioni di gruppi estremisti».

Certo, il governo sa che non basteranno le preghiere per evitare che questo accada. E non basterà mettere qua e là controlli e telecamere. Lo dimostra il sostegno chiesto da Accra ai servizi di intelligence inglesi e l’allerta per i viaggiatori emanata sabato scorso dalle autorità britanniche per probabili attacchi terroristici che “potrebbero essere indiscriminati, anche in luoghi visitati da stranieri", e nuovi sequestri.

Come molti studi hanno dimostrato, non è l’appartenenza religiosa il fattore principale che spinge all’affiliazione ad un gruppo terroristico. Almeno non nelle aree “periferiche” dove i gruppi terroristici sembrano ora cercare sostegno e adesioni. I fattori principali hanno a che fare con le condizioni economiche, la mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani e anche con una gestione della cosa pubblica in cui prevalgono corruzione e nepotismo.

Una miscela esplosiva

Il G5 Sahel, mirata strategia antiterroristica con forze di Burkina, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, supportate dalla Francia, non solo sta costando numerose vite umane ma ha avuto anche il risultato di ricacciare fuori dai confini dei rispettivi paesi gruppi jihadisti che sono andati (e stanno andando) a “popolare” e indottrinare altri territori. Dunque, se ci sono analisti che restano persuasi che una cooperazione transfrontaliera - come il G5 Sahel - sia la sola arma possibile per combattere il terrorismo, quest’arma non ne sta però riducendo l’espansione. Anzi.

“Sono confini porosi quelli dell’Africa occidentale” si commenta nel parlamento ghanese. Confini che hanno lasciato passare da una parte all’altra persone armate, ma anche confini che non hanno saputo proteggere due giovani volontarie. Un brutto segno. Una miscela esplosiva: insicurezza e criminalità interna da un lato, forze estremiste in fuga e in cerca di proseliti dall’altro.

In questo quadro assume sempre più importanza il ruolo di un paese come il Ghana, baluardo di stabilità in una regione - l’Africa occidentale - che da anni impegna forze interne ed esterne per combattere i gruppi estremisti. Un baluardo che ora visibilmente traballa. E, come ben sintetizzato in un’analisi dell’Institute for security studies, “i gruppi estremisti violenti spesso si infiltrano in spazi in cui il contratto sociale tra Stato e cittadini è debole o inesistente. Cooperano con altri gruppi criminali come minatori d'oro illegali, bracconieri o trafficanti, che hanno interesse a mantenere l'assenza dello Stato o ad indebolirne la presenza”.