Conflitti e migrazioni forzate

In Africa le crisi più dimenticate del pianeta

Lo chiamano “conflitto a bassa intensità” e forse proprio per questo, la guerriglia in corso da oltre due anni nelle regioni anglofone del Camerun ha originato la crisi di rifugiati e sfollati più trascurata del pianeta. Seguita da quelle di Rd Congo, Centrafrica e Burundi.

di Marco Cochi

Un conflitto che ha già causato più di 1.850 morti, 500mila sfollati interni, 35mila rifugiati nella vicina Nigeria e oltre 1 milione e 300mila persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria. Sono i numeri delle violenze in Camerun, scoppiate alla fine del 2016 e originate dalle spinte secessioniste delle due provincie anglofone del paese africano.

Una crisi molto preoccupante e problematica che in base alle testimonianze degli operatori umanitari presenti sul posto, sta assumendo i contorni di una guerra civile in piena regola. Dopo essere rimasto avvolto per più di due anni nel silenzio, questo conflitto a bassa intensità lo scorso aprile è stato oggetto di un appello dell’Onu e martedì scorso è stato posto in cima alla classifica annuale delle crisi di rifugiati più dimenticate del mondo, stilata dal Consiglio norvegese per i rifugiati (Norwegian refugee council - Nrc).

Un dossier che nel 2018 ha analizzato 36 crisi, basandosi su tre criteri di valutazione: la mancanza di finanziamenti, la lacunosa attenzione da parte dei media internazionali e la negligenza della politica. Il dato che colpisce maggiormente è rappresentato dal fatto che la maggior parte delle dieci crisi più ignorate, sono in Africa.

Sette crisi africane nella Top10

Dopo il Camerun, che ha ottenuto il punteggio più elevato su tutti i tre parametri, al secondo posto c’è la Repubblica democratica del Congo, seguita dalla Repubblica Centrafricana e dal Burundi, tutti interessati da crisi che si trascinano da anni. L’unico paese europeo presente nella sfortunata top10 è l’Ucraina, seguita a ruota dal Venezuela, mentre tra gli ultimi paesi che figurano tra i primi dieci, tre sono africani: Mali, Libia ed Etiopia, che precedono la Palestina.

Il report dell’Ncr richiama all’attenzione le origini delle emergenze umanitarie prese in esame e colpisce leggere che la crisi nelle province camerunensi anglofone di North-West e South-West è iniziata nell’ottobre 2016 con proteste pacifiche, da cui è scaturito un violento conflitto tra le milizie governative e gruppi armati che hanno cavalcato la rivolta. Gli analisti del Consiglio norvegese evidenziano che a 780mila bambini è stata preclusa la possibilità di andare a scuola, 170 villaggi sono stati distrutti e decine di ospedali dati alle fiamme, mentre decine di migliaia di persone si nascondono nella boscaglia prive di aiuti umanitari e sotto la continua minaccia di nuovi attacchi.

Il silenzio alimenta il conflitto

Di solito, quando violenti combattimenti costringono all’evacuazione di centinaia di migliaia di civili, scatta l’allarme internazionale, ma questo non è avvenuto in Camerun. Ad oggi, tutti i tentativi di mediazione per trovare una soluzione alla crisi sono stati vani, soprattutto a causa della scarsa pressione esercitata sulle parti in conflitto per far cessare gli attacchi contro i civili.

Lo studio dell’organizzazione umanitaria non governativa norvegese mette in risalto anche le origini della crisi, alle cui radici c’è molto più che una divisione linguistica, ma rivendicazioni di autonomia che risalgono all’epoca delle spartizioni coloniali e che oggi sono esplose per la grande emarginazione che affligge la popolazione di lingua inglese.

La repressione dei manifestanti scesi in piazza alla fine del 2016 da parte delle forze di sicurezza ha portato a una violenza diffusa. Un anno dopo, i gruppi armati secessionisti nella regione hanno dichiarato ufficialmente l’indipendenza simbolica dal Camerun e questo ha fatto degenerare gli scontri tra l’esercito governativo e i ribelli. Nonostante l’entità della crisi, pochissimi media internazionali hanno riportato quello che sta accadendo nelle aree interessate dagli scontri. L’Nrc conclude che la mancanza di informazioni e dell’attenzione politica internazionale hanno in qualche misura alimentato le atrocità commesse da entrambe le parti.

Gli invisibili del Congo

Molto grave la situazione anche nella Repubblica democratica del Congo, dove lo scorso anno centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire attraverso il lago Albert in Uganda, dopo che sono riprese le violenze etniche nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri. Nel frattempo, circa un milione di persone sono state sfollate all’interno delle due province.

La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di case e scuole, gli attacchi indiscriminati contro i civili, hanno creato una grave emergenza umanitaria, resa ancora più difficile da gestire a causa dell’epidemia di ebola scoppiata nell’area nell’agosto 2018.

Le Nazioni Unite hanno riportato un aumento del 70% della malnutrizione acuta tra il 2017 e 2018 in tutto il paese, mentre lo scorso anno l’attenzione dei media internazionali si è concentrato principalmente sui ritardi e sull’esito delle elezioni presidenziali in Congo. Nemmeno gli aiuti dei donatori stranieri sono stati in grado di fornire una risposta umanitaria adeguata.

Ed è sulla base di queste tremende realtà che il report ci ricorda che milioni di persone colpite da crisi umanitarie non riescono a ottenere il sostegno di cui hanno bisogno e solo attirando l’attenzione su queste crisi sarà possibile ottenere qualche cambiamento.