Sudan

Khartoum sotto assedio, oltre 100 i morti

La capitale sudanese è presidiata dalle Rapid support forces mentre il Nilo restituisce decine di corpi di manifestanti gettati nel fiume. I militari riaprono le porte al dialogo ma l'opposizione rifiuta l’offerta, mentre emergono interrogativi sulla coesione e rappresentatività della giunta stessa.

di Bruna Sironi

Mentre fonti del Consiglio militare transitorio (Tmc) affermano che nel massacro di lunedì ci sarebbero stati al massimo 46 morti, il Nilo ha restituito ieri almeno 40 corpi, secondo il comunicato del Comitato di coordinazione medica, legato all’opposizione, e numerosi testimoni oculari. I morti accertati sono così saliti a 108.

Girano sui social media foto di cadaveri appesantiti da pietre legate alle caviglie per fare in modo che non potessero affiorare. Ma le correnti ne avrebbero diretto alcuni verso una secca, svelando così il crimine compiuto dalle Rapid support forces (Rsf) che ormai i sudanesi indicano con il loro nome precedente, janjaweed, feroci milizie tristemente famose per le atrocità commesse in Darfur.

Khartoum continua ad essere presidiata dalle Rsf e dalle altre milizie loro alleate nel massacro di lunedì. Sono gli unici che si muovono liberamente nelle strade quasi deserte.

Questa notte è stato arrestato Yassir Arman, vicepresidente del movimento di opposizione armata Splm-N (ala Malik Aggar) e responsabile delle relazioni esterne per la rete di partiti politici, gruppi della società civile e movimenti di opposizione armata Sudan Call, aderente alle Forze per la libertà e il cambiamento, l’opposizione che ha riempito le piazze sudanesi di manifestanti pacifici, soprattutto giovani e donne, dal dicembre dello scorso anno.

Arman era rientrato nel paese nei giorni scorsi dopo anni di esilio per sostenere la trattativa politica con la giunta militare. Su di lui pende una condanna a morte comminata dal regime del deposto presidente Omar Hassan al-Bashir. Sarebbe stato arrestato ad Omdurman, città gemella di Khartoum, anche un leader del Jem, uno dei movimenti armati darfuriani.

Intanto l’Onu ha deciso di spostare temporaneamente dal paese il personale civile, segnalando così che la situazione, già gravissima, potrebbe peggiorare ulteriormente.

La Tmc, su pressione dell’Arabia Saudita, ha riaperto le porte al dialogo politico ma l’offerta è stata respinta immediatamente dai leader dell’opposizione, che hanno invece chiamato il paese allo sciopero generale.

Cominciano anche a emergere interrogativi sulla coesione e rappresentatività della giunta stessa. Nostre fonti a Khartoum ci segnalano che l’esercito ha diffuso un comunicato chiedendo alla gente di non avvicinarsi ad aree militari. Il comunicato non sarebbe firmato dal Tmc. Circolano anche voci insistenti di scontri tra unità dell’esercito e le Rsf.

Sul piano internazionale è intanto cominciato il gioco dei veti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Una risoluzione di condanna della sanguinosa repressione dei giorni scorsi è stata bloccata dal voto contrario di Cina e Russia.

La Cina ha infatti investimenti notevoli nel paese ed è praticamente l’unico importatore del petrolio sudanese. La Russia ha accordi militari che prevedono il trasferimento di licenze di fabbricazione di armamenti, training e altro. All’inizio delle dimostrazioni, molto si è parlato della presenza di militari russi a fianco delle forze dell’ordine che cercavano di controllare le piazze con l’uso della forza.

Ieri anche Amnesty International ha sollecitato il Consiglio di sicurezza Onu e il Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione africana “ad assumere iniziative urgenti per interrompere il bagno di sangue, porre fine all'impunità e pretendere che i responsabili della strage di manifestanti siano assicurati alla giustizia”.