Nuova denuncia Msf

Perché la Libia non è sicura per i migranti

I capimissione di Medici Senza Frontiere nel paese nordafricano hanno incontrato la stampa a Roma. Sotto accusa i centri di detenzione, il ruolo della Guardia costiera libica, le politiche dell’Italia.

di Rocco Bellantone

«È come essere chiusi in una stanza mentre l’appartamento va in fiamme». La metafora usata da Marco Bertotto, responsabile advocacy di Medici Senza Frontiere in Italia, nel corso dell’incontro con la stampa organizzato oggi a Roma nella sede della ong, è una fotografia nitida di quanto accade ogni giorni a migliaia di rifugiati e migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici.

Risucchiata nuovamente nel dimenticatoio mediatico dopo l’ultima avanzata di inizio aprile verso Tripoli delle truppe del generale Khalifa Haftar, la questione libica è riemersa con tutte le sue criticità attraverso le testimonianze di Sam Turner, capomissione di Msf per la Libia, e Julien Raickman, a guida delle operazioni dell’organizzazione a Misurata e Khoms.

Turner, appena rientrato da Tripoli, dichiara che sono circa 5.800 i migranti intrappolati nei centri di detenzione disseminati lungo la costa e nelle zone interne della Libia. Donne, bambini e uomini di fatto sequestrati dalle autorità libiche e a cui non viene concessa alcuna possibilità di fuggire da questo incubo.

Le situazioni più gravi si registrano soprattutto a Saba, a sud verso il confine con il Niger, a Tajura, sfiorata dai razzi alcuni giorni fa, e a Qasr ben Gashir, dove 14 migranti sono stati uccisi di recente da un gruppo di uomini armati.

«Parliamo di migliaia di rifugiati e migranti rinchiusi in modo arbitrario - spiega Turner. Nei centri di detenzione queste persone sopravvivono senza medicinali, cure mediche, acqua, cibo. Donne e uomini sono terrorizzati per quello che stanno subendo». Formalmente queste strutture dovrebbero essere sotto il controllo del ministero degli interni di Tripoli.

Di fatto, però, il caos che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 tiene sotto scacco la capitale e il resto del paese ha trasformato le detenzioni forzate di massa dei migranti in un business sempre più lucroso per trafficanti di esseri umani, bande di criminali e per le stesse milizie.

Ancor meno coperte dai media sono altre aree della Libia, come Misurata, Zintan e Khoms dove, spiega Julien Raickman, «la situazione è ulteriormente peggiorata negli ultimi mesi. A Misurata le condizioni dei centri di detenzione sono orribili. Queste strutture non sono chiaramente la soluzione per contenere i flussi migratori».

«I centri di detenzione non rappresentano affatto delle forme di deterrenza per fermare chi dall’Africa subsahariana prova ad entrare in Libia per tentare la traversata del Mediterraneo - conferma Marco Bertotto. Questi centri, piuttosto, non stanno facendo altro che aumentare la sofferenza di migliaia di persone. Non ci sono né posti né aree sicure per rifugiati e migranti che passano per la Libia. La detenzione arbitraria e prolungata di queste persone deve cessare immediatamente».

Soluzione umanitaria

Per Medici Senza Frontiere l’unica soluzione alternativa consiste nell’aumentare il numero di evacuazioni umanitarie portate avanti dai singoli stati, come è stato fatto dall’Italia con l’organizzazione di voli. È un “piano b” resosi necessario alla luce degli scarsi risultati ottenuti dai programmi di reinsediamento dei migranti – fermati in Libia o dirottati in Niger – coordinati dall’Alto commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). «Finora però queste evacuazioni sono state poche, circa 500 di cui 300 dall’Italia - prosegue Bertotto. Ma è un numero molto basso se pensiamo che in questi due mesi di conflitto a fronte di 500 persone evacuate 1.300 sono state intercettate dalla Guardia Costiera libica e riportate nei centri di detenzione».

L’altro elemento su cui l’Europa e l’Italia devono cambiare diametralmente posizione riguarda proprio la volontà di delegare alle autorità libiche il controllo e il contenimento delle partenze dalle coste libiche. - Conclude Bertotto: «Assistiamo da troppo tempo a una situazione paradossale da una parte ci sono governi e realtà che si sforzano per le evacuazioni, dall’altra ci sono la politica dei porti chiusi e il supporto alla Guardia costiera libica che rendono inutili questi sforzi». Fino a quando si continuerà a far credere che la Libia è un porto sicuro per i migranti, la loro vita sarà inevitabilmente in pericolo.