Chiara Ingrao

Migrante Per Sempre

Baldini Castoldi, 2019, pp. 408, € 20,00

di Jessica Cugini

Spesso la memoria di quel che siamo stati e siamo passa attraverso i libri. Quelli capaci di riconsegnarci spaccati di storie vissute che abbiamo dimenticato, ma che fanno parte della nostra identità di popolo dal passato migrante.

Forse il problema è proprio averne perso consapevolezza di questo passato. Chiara Ingrao ci restituisce, attraverso la vita di Lina, la memoria di un tempo in cui il lavoro si chiamava Germania. E sudava nelle fabbriche, e vedeva gli uomini abitare divisi dalle donne, anche se erano marito e moglie, e i figli, rimasti in Italia, esser cresciuti dai nonni, almeno fino a quando non potevano sudare anche loro. E diventare gastarbeiter (stranieri) spaghetti-freisser (mangia-spaghetti) a loro volta.

Era il tempo di “case di paese senza il paese”, di stanze che trasudavano nostalgie e ambizioni di riscatto, abitate da persone che condividevano il medesimo conto alla rovescia che le separava dal ritorno. Ritorno che non avveniva mai davvero come lo si era sognato. Perché quando finalmente si tornava al paese, non era solo il paese a essere cambiato. Ma anche coloro che lo abitavano, il loro sguardo e l’appellativo con cui chiamavano le compaesane migranti, le germanesi.

Ma la vera mutazione che abita chi rientra è interiore, non è solo lo sguardo altrui a definire l’estraneità, è la consapevolezza che il viaggiare ti rende altro. «Non sono gli altri, a trattarmi da straniera: sono io, che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola… Chi è stata migrante resta migrante per sempre».