Zora Neale Hurston (Traduzione di Sara Antonelli)

Barracoon. L’ultimo schiavo

66thand2nd, 2019, pp. 190, € 15,00

di Raffaello Zordan

Siamo soliti incasellare le vittime di drammi atroci – e la tratta schiavista dall’Africa all’Europa e poi alle Americhe, quattro secoli di esercizio e milioni di persone asservite, è una catastrofe dell’umano – in una cornice rassicurante di dati, costernazione etica, considerazioni sociopolitiche, rimozioni.

Questa volta a parlare non siamo noi occidentali. È un africano che faceva parte del carico di Clotilda, una nave negriera, l’ultima a percorre nel 1859 il viaggio dal Golfo di Guinea al porto di Mobile in Alabama, commerciando persone: 116 uomini e donne e 70 giorni di traversata. Un viaggio fuorilegge perché già nel 1807 la legislazione Usa dichiara illegale il traffico degli schiavi.

È l’antropologa e scrittrice afroamericana Zora Hurston (1891-1960) a raccogliere nel 1931 per due mesi le parole, di più, a entrare in sintonia con il novantenne Oluale Kossula che ha vissuto fino a 18 anni in un villaggio dell’etnia takkoi, non lontano dal regno di Dahomey (odierno Benin), e il resto degli anni in Alabama.

Kossula, rinominato Cudjo Lewis dal suo padrone, ci dice senza nessuna enfasi: guardate che esisto, guardate che la mia cultura esiste, guardate che l’Africa esiste, guardate che gli africani sono corresponsabili della tratta schiavista (in quell’area, il re di Dahomey muoveva guerra, rastrellava i villaggio e vendeva merce umana in cambio di mercanzie e denaro: il costo di uno schiavo era di 50/60 dollari), guardate che sono nato in Africa e sono rimasto africano.

Parole scomode anche per la comunità afroamericana in parte conquistata dal “sogno americano” e restia a rileggere il passato. Parole che non a caso sono rimaste nel cassetto fino all’anno scorso quando Deborah G. Plant, studiosa di letteratura afroamericana e curatrice del testo, le ha rimesse in gioco facendone un evento editoriale (questa è la prima traduzione mondiale).

Plant valorizza il lavoro di scavo e di empatia di Zora Hurston attraverso un’opera di contestualizzazione. Nel glossario, si spiega che maafa è una parola della lingua swahili «che indica il disastro e la reazione umana al disastro» e che racconta «lo sradicamento dei corpi, la devastazione delle comunità, la desolazione delle anime». Nella postfazione, si sottolinea che il libro consente di approfondire la comprensione «di ciò che vissero gli africani prima di sbarcare nelle Americhe. Barracoon, come un relitto recuperato dal fondo dell’oceano, ci parla di sopravvivenza e di tenacia».

Kossula vive in schiavitù per 5 anni e 6 mesi, la liberazione avviene il 12 aprile 1865 subito dopo la fine della Guerra di secessione americana. Tenta, insieme ad altri, di progettare il ritorno in Africa ma si rende subito conto che non avrà mai risorse sufficienti. E allora comprano un po’ di terra e nel 1866 fondano Africatwon. Che era, chiarisce Plant, un insediamento di africani, «un modo per dichiarare chi erano, oltre che un rifugio dalla supremazia bianca e dall’ostracismo degli americani neri».

Il legame indissolubile di Oluale Kossula con la sua terra e i suoi famigliari si sente in ogni pagina. Così Zora Hurston nei paragrafi finali. «Prima che lo lasciassi, Kossula mi diede il permesso di fotografarlo. (…) Entrò per vestirsi adeguatamente. Quando uscì, mi accorsi che si era messo il vestito buono, ma che si era tolto le scarpe. “Voglio sembrare come ero in Afficky (Africa), perché è proprio lì che vorrei stare” mi spiegò. Mi chiese anche di essere fotografato al cimitero, circondato dalle tombe dei suoi familiari».