Mauro Biani

La banalità del ma

People, 2019, pp. 190, € 18,00

di Jessica Cugini

È un crescendo di MA. Un crescendo di avversative che sottolineano il contrasto umanitario che stiamo vivendo. A scorrerle, pagina dopo pagina, le vignette del famoso illustratore sembrano disegnate oggi. Eppure riassumono tre anni di un crescendo di razzismo che ci si ferma davanti agli occhi senza sconti.

Ma «come siamo diventati così miserabili?», tuona la prefazione. Come è stato possibile questo «lento e progressivo scivolamento verso la parte peggiore di noi, verso quel momento terribile della nostra storia nazionale ed europea con cui non abbiamo fatto i conti a sufficienza?». La risposta dalla prima vignetta, “eravamo già miserabili, ci vergognavamo pensa che scemi”.

Ora però non occorre più fingere. Sdoganato dagli alti scranni istituzionali, il razzismo invade (questo sì) le strade, le piazze, i condomini, i bar. Monta sulle insofferenze, le alimenta e se ne nutre. Poco importa se sbarchi e numero di arrivi sono in calo (come più volte sottolineano i testi di Francesco Foti che accompagnano le vignette), c’è sempre uno straniero che ci abita accanto, che invoca un diritto incerto e fragile, la cui sola richiesta pare ledere il dirimpettaio italiano, che ne ha più diritto. Per nascita, sia chiaro. Per cui all’altro, quel diritto non spetta.

“Perché se tu sei come me, io poi chi sono?”, interroga il bianco al bambino nero che reclama lo ius soli. La risposta arriva voltando pagina: sei colui o colei che con questa identità pura su cui ti arrocchi “ci devi convivere, coraggio!”.

E si provino gli altri ad alzare la voce in difesa dello straniero. Buonisti! Non vedete l’emergenza culturale, la sostituzione etnica alle porte? Che importa se vi sembra che la storia passata stia ritornando? La politica – Mauro Biani, lo sottolinea a più riprese – sta risolvendo il problema, ha fermato i “taxi del mare”, senza neanche innalzare fastidiosi e antiestetici muri.

Senza distinzioni tra i colori dei governi che si sono succeduti, il ma è diventato banalmente trasversale. E poco conta se il numero dei morti, proporzionalmente, aumenta; ciò che interessa è il continuo diminuire di quello degli sbarchi. Se chi non arriva ha il marchio Libia impresso sulla pelle, come certi numeri di antica e labile memoria. “Dai, solo un impercettibile fastidio, senza le ong siamo tornati ad essere statistica”.

Perché è chiaro che “la pacchia è finita”, i porti sono chiusi, le mense si possono negare così come gli asili nido, tanto “il cinismo di una politica disumana non è reato. È solo barbarie”. E per questa sembra che non vi sia giudizio, se si è ministri.

La storia si ripete e con lei la banalità del ma(le). La storia ci giudicherà? La matita di Biani replica: “La storia ci condannerà. Sì ma poi se ne dimenticherà”… E tutte e tutti noi? “Nessuno potrà dire: non sapevo”. “Diremo: sapevo, ma”?