Felwine Sarr (Traduzione di Livia Apa)

Afrotopia

Edizioni dell’Asino, 2018, pp. 134, € 15,00

di Raffaello Zordan

Certe reticenze dell’Africa a entrare pienamente nella contemporaneità/modernità – intessuta perlopiù di istituzioni, modi di produzione, ritmi e immaginari di progresso concepiti e imposti dall’Occidente – hanno catturato da tempo l’attenzione degli studiosi e degli osservatori più attenti di quel che avviene nel continente. Ed è stata soppesata e contestata la congruità di parole quali “ritardo”, “sottosviluppo”, “emergenza” abbinate al nome Africa.

Pensiamo alla critica del concetto di sviluppo e del rifiuto dell’Africa a recitare la parte della scolaretta che esegue compiti assegnati da altri, avanzati dalla sociologa camerunese Axelle Kabou oppure agli ammonimenti dell’antropologo Frantz Fanon che raccomandava agli stati africani di «uscire dall’imitazione caricaturale e oscena» dell’Europa.

Ora il sociologo senegalese, autore di questo saggio-manifesto-progetto (visionario quanto basta e certo bisognoso di altre specificazioni), si cimenta ulteriormente con il tema. Afferma che se l’Africa vuole plasmare il proprio futuro deve dismettere abiti disegnati per altri corpi e «riuscire a dirsi e soprattutto a pensarsi oltre le richieste altrui», cioè oltre le categorizzazioni determinate da chi detiene il monopolio della nozione di modernità.

Ciò che avviene in profondità nelle società africane, in termini di valori, di pratiche e di tradizioni, necessita di essere elaborato fino a formare architetture socio-politiche che concorrano a costruire la modernità. E affida questo compito in primo luogo agli intellettuali, ai pensatori e agli artisti africani.

Esemplificando. Nel progetto di Sarr va ridimensionata l’egemonia dell’ordine economico. Oggi l’economia africana è caratterizzata dalla coesistenza di un’economia formale e di un’economia popolare fondata su una socio-cultura, detta informale. Quest’ultima, nell’Africa subsahariana, consente la sussistenza della maggioranza della popolazione e determina una quota rilevante, anche se non facilmente misurabile, del Prodotto interno lordo.

Eppure, sostiene l’autore, quando si analizzano le economie africane non si tiene sufficientemente conto dell’informale. E ricorda che nelle società africane tradizionali l’economia obbediva alle funzioni classiche, ma era subordinata alle finalità sociali e culturali. Quindi questo aspetto va recuperato e posto sul campo di gioco della modernità, nella convinzione che «l’efficienza di un sistema economico è fortemente legata al grado di adeguamento al suo contesto culturale e che le economie africane decollerebbero se funzionassero su vari motori».

Una delle partite della modernità è l’inurbamento che chiama in causa la capacità di concepire città adeguate. Già oggi il 45% degli africani vive in città e le previsioni dicono di un accentuarsi del fenomeno nei prossimi decenni. Anche qui Felwine Sarr non abbassa la guardia e invita l’Africa a smetterla di uniformarsi ai canoni occidentali e a evitare sé stessa. «La città va pensata non come una super struttura (cosa che essa è) ma come una produzione di senso in cui le significazioni ci informano riguardo la nostra realtà sociale e politica, ma soprattutto riguardo i nostri immaginari e le nostre proiezioni».

Afrotopia significa tante scelte da compiere, tanto lavoro da fare e anche una buona dose di testardaggine. Perché, come riconosce lo stesso autore, per le Afriche non si tratta “solo” di liberarsi dei retaggi coloniali e neocoloniali o di vedersela con la globalizzazione, si tratta anche di dotarsi di classi dirigenti all’altezza del sogno.