Maurizio Veglio (a cura di)

L'attualità del male. La Libia dei Lager è verità processuale

Seb 27, 2018, pp. 133, € 16,00

di Raffaello Zordan

Il fatto ha avuto scarsa risonanza mediatica.
Ma il 10 ottobre 2017, la Corte di assise di Milano ha condannato all’ergastolo il cittadino somalo Mutammud Osman, ritenuto responsabile di crimini efferati compiuti in quanto sorvegliante di un campo libico di raccolta migranti, precisamente a Bani Walid, città del distretto di Misurata.

A portarlo in tribunale, alcuni cittadini somali che hanno vissuto in quel campo e che poi sono riusciti ad arrivare a Milano dove, nel settembre 2016, sul piazzale antistante la stazione Centrale riconoscono Mutammud Osman e lo fanno arrestare dalle forze dell’ordine. Si è arrivati quindi al processo in cui si sono costituiti parte civile l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e undici vittime testimoni dei reati contestati all’imputato: lesioni aggravate, sequestro di persona a scopo di estorsione, violenze sessuali, omicidi, tratta di esseri umani.

Le deposizioni delle vittime, ritenute coerenti, hanno trovato riscontri: di qui la sentenza che non è ancora definitiva in quanto impugnata dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Milano.

D’ora in poi non sono più “solo” i reportage giornalistici o i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani a dire che la Libia è uno stato imploso, privo di un governo effettivo, disputato da decine di milizie armate e dunque per niente sicuro per i migranti; che i centri di raccolta sono luoghi di tortura e strutture di detenzione; che le politiche europee e italiane di esternalizzare le frontiere per contenere i flussi migratori sono un abominio perché riducono i migranti a “non persone”; che i nostri governi si preoccupano semplicemente di far percepire a noi governati che il problema migranti è risolto.

D’ora in poi ciò che avviene in quei luoghi - è del tutto probabile che il trattamento praticato a Bani Walid sia replicato in altre decine di centri di detenzione - è scritto in una sentenza di cento pagine “in nome del popolo italiano”. Una verità processuale soppesata (in punta di diritto), analizzata (nelle modalità in cui è emersa), contestualizzata (nel penoso scenario europeo/italiano del risentimento collettivo verso i migranti), comparata (analogie con i lager nazisti) dai sei saggi che compongono il libro, affidati ad avvocati, giuristi e anche a uno psicanalista.

Assai istruttivo lo scritto di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, che passa al setaccio gli accordi – «assai semplificati, in spregio ai diritti, spesso non resi pubblici» – stabiliti dall’Ue con i paesi di origine o di transito dei migranti che giungono in Europa: a questi paesi si chiede di bloccare i flussi migratori in cambio di fondi di “cooperazione” e di forniture militari. Nella stessa linea le intese dell’Italia con Sudan, Niger e Libia. L’accordo siglato il 2 febbraio 2017 dal governo Gentiloni con la Libia «null’altro è giuridicamente, e di fatto, che una delega di respingimento che sta smantellando il sistema dei diritti umani».

Fabrice Olivier Dubosc, psicanalista ed etnoclinico invita a ragionare sul fatto che «senza un diritto alla mobilità andiamo verso un mondo di cyber-frontiere gestite biometricamente in modo assolutamente impermeabile, mentre gli indesiderati, le “non persone”, resteranno confinate ed escluse dalla possibilità di una buona vita». E rifacendosi alla parabola del Samaritano (Luca, 10), ricorda che «l’altro non è colui che va assistito ma qualcuno cui va riconosciuta la capacità di esserci».

Non possiamo più dire di non sapere che cosa sta accadendo in Libia.