DISOBBEDIENTI - DOSSIER FEBBRAIO 2019

Strategia della tensione

Con il decreto, perfino i rifugiati non sono visti come persone da proteggere, ma come una minaccia per il paese che li riceve. I risultati del provvedimento, tuttavia, non potranno che essere deficitari sotto l’aspetto legale, dell’efficacia e dell’utilità. Il risultato più probabile è l’aumento dell’allarme sociale.

di Maurizio Ambrosini

Nel primo semestre di vita del governo Conte, le politiche migratorie hanno indubbiamente occupato una posizione di rilievo. Sono state forse l’aspetto su cui la comunicazione pubblica dell’esecutivo ha maggiormente insistito e su cui i cittadini-elettori hanno mostrato una prevalente consonanza con le scelte governative. Va altresì ricordato che i provvedimenti in materia di immigrazione, soprattutto quelli che vanno nella direzione della chiusura, hanno in genere un’elevata risonanza politica e un basso costo economico. Possono persino trasmettere l’idea di un risparmio per le casse dello stato. Sono, quindi, una materia ideale per governi che devono mostrarsi efficaci e consolidare il consenso, ma hanno nei forzieri poche risorse a cui attingere.

Apparente coerenza

Non si può neppure negare un’apparente coerenza della linea governativa: stanno tentando di tradurre in norme ciò che avevano promesso ai cittadini. Altro è soppesare gli effetti prevedibili delle misure adottate, che potrebbero produrre risultati diversi e persino opposti a quelli annunciati. Semmai è stato smentito chi pensava che la responsabilità di governo avrebbe ammorbidito i toni e smussato gli angoli dell’approccio sovranista, consigliando pragmatismo e moderazione.

Il contratto di governo al cap. 13 fin dal titolo chiariva bene gli intenti dei proponenti: Immigrazione: rimpatri e stop al business. Il nuovo governo vede nell’immigrazione una calamità, una «questione insostenibile per l’Italia, visti i costi da sopportare e il business connesso», nonché una minaccia per la sicurezza. Ripetuti sono i riferimenti a rimpatri, controlli, infiltrazioni criminali, misure di detenzione. I cenni ai diritti umani sono pochi e marginali, per esempio riferiti ai centri di detenzione. Quelli relativi ai 2,4 milioni di immigrati che lavorando pagano tasse e contributi mancano del tutto.

Confusi immigrati con rifugiati

Quanto alla qualità delle analisi, fin dall’attacco il contratto confonde immigrati e rifugiati. Si tratta di un errore grossolano, oppure di una sovrapposizione voluta per seguire il senso comune e soddisfarne le attese.

Il provvedimento più importante è stato il cosiddetto decreto sicurezza, approvato nello scorso dicembre grazie al voto di fiducia. Già la prima parte del lungo titolo è eloquente: «Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica…». Protezione internazionale e immigrazione vengono trattate come questioni di sicurezza. In altri termini, i rifugiati non sono visti come persone da proteggere, ma come una minaccia per il paese che li riceve. Una minaccia da contrastare e limitare, a prescindere da eventuali comportamenti illegali, fin dal momento della definizione del loro diritto alla protezione internazionale.

Il contenuto più incisivo del decreto consiste nella quasi abolizione della formula della protezione umanitaria per...

Continua a leggere questo dossier e gli altri articoli di approfondimento e analisi del numero di febbraio. Abbonati alla rivista mensile, cartacea e digitale!