Michele Colucci

Storia dell'immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai nostri giorni

Carocci, 2018, pp. 243, € 18,00.

di Jessica Cugini

Spesso si sente parlare dell’Italia come un paese dalla recente immigrazione, una lettura errata che viene smentita dal libro di Michele Colucci, Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Un testo che ricostruisce, a partire dal chiudersi della Seconda guerra mondiale, una storia poco conosciuta, offrendo la possibilità di capire non solo come di recente questo fenomeno non abbia nulla, ma anche di individuare quali inadeguatezze hanno caratterizzato sin da principio le politiche dei governi che si sono succeduti.

L’excursus storico del fenomeno migratorio scorre attraverso tappe documentate da rapporti Censis, statistiche, leggi, inchieste e i primi dossier, mostrando il volto di una realtà sempre presente, seppur con numeri e provenienze diversi nel tempo. Una realtà segnata da una costante preoccupante per la storia del nostro paese: sin dall’inizio il tipo di risposta è stata l’apertura di campi o centri di raccolta per migranti. Già a partire dal ’46, infatti, l’accoglienza di profughi provenienti da Istria e Dalmazia (quindi non propriamente stranieri) fu gestita attraverso la realizzazione di campi sparsi sul territorio nazionale.

Tale risposta ha avuto due conseguenze principali. Ha segnato l’impronta delle politiche migratorie successive; ha influenzato l’immaginario collettivo legato alle migrazioni. Un immaginario connesso ai sentimenti di paura e allarme, che finisce per investire non solo i migranti provenienti da altri paesi, ma anche i migranti italiani interni al paese. Vissuti spesso come una minaccia.

Questa politica di contenimento, caratterizzata da percorsi legislativi dall’approccio emergenziale ed “emotivo”, finisce per rendere il nostro paese incapace di vedere il fenomeno migratorio come strutturale rispetto alla storia italiana e alla storia delle altre nazioni, determinando una paralisi delle iniziative di sostegno sociale e una mancanza di pianificazione ragionata dei flussi. Che infatti sono stati gestiti in modo ciclico attraverso sanatorie di regolarizzazione, rese necessarie da una totale assenza di provvedimenti altri e dalla presa d’atto che il migrante era divenuto parte integrante della realtà lavorativa nazionale.

Nessuna delle trovate italiche stabilite per legge diventa deterrente per chi decide di spostarsi senza un’autorizzazione o un contratto di lavoro regolare, fenomeno che, già a partire dal 1978, fa sì che si inizi a parlare di migrazioni “irregolari” (altro termine che finisce per fomentare ancora quel sentimento di paura legato a chi, spostandosi, diventa minaccia).

L’irregolarità poi, a cominciare dal 2002, con la legge Bossi-Fini, costituisce reato. Così, da questo momento in poi, il binomio immigrazione-(in)sicurezza è sancito per legge.