Kopano Matlwa. Traduzione di Marta Barone

Primula della sera

Bompiani, 2018, pp. 140, € 15,00

di Raffaello Zordan

La vita è un distillato di sofferenze. Saperla raccontare senza annoiare e anzi strappando spesso il sorriso al lettore, incuriosendolo e inducendolo a fermarsi sulla vicenda anche quando sembra non trovare vie d’uscita narrative, è un’operazione che non riesce a molti. E già questa abilità consente di collocare il lavoro di Kopano Matlwa, giovane scrittrice sudafricana, nella sezione “buona” della libreria di casa.

Se lo si volesse classificare, lo si potrebbe definire un “romanzo di formazione”, nel senso che la protagonista prende via via coscienza di sé e dell’intorno famigliare, sociale e professionale, ponendosi e ponendo continue domande, e quasi mai accontentandosi delle risposte (soprattutto quelle della madre) o dei silenzi (soprattutto del silenzio di Dio).

L’urgenza delle domande di Masechaba, una bambina e poi una donna che conduce la sua vita nel Sudafrica di oggi, nasce dalla necessità di ancorare ogni accadimento a un significato, a un destino e perfino a un fine ultimo. Che tratti dei sanguinamenti dell’utero (endometriosi): «pregavo senza sosta che lo stesso Dio che aveva separato le acqua del mar Rosso e l’aveva prosciugato per il popolo che amava potesse prendere in considerazione di farmi il dono di una stagione di mutande asciutte»; del suicidio del fratello: «Tshiamo dipingeva il dolore, ma gli faceva venire troppi pensieri profondi, così si è impiccato a un albero»; dei fallimenti professionali del padre che passa il tempo nel retrobottega di Gogo «a bersi i giorni che gli rimangono»; delle chiusure della madre nei confronti degli immigrati dallo Zimbabwe: «useranno la magia nera per rubarti tutta l’intelligenza, il tuo futuro».

Masechaba non cambia attitudine nemmeno quando, laureatasi in medicina, comincia a lavorare in un ospedale nell’area di Johannesburg e si deve confrontare con un sistema sanitario non impeccabile e con una collega, la zimbabweana Nyasha, che critica fuori dai denti le politiche del governo sudafricano e accusa i neri delle classi più elevate di essere del tutto subalterni alle logiche del potere, di vivere una libertà illusoria e, in definitiva, di essere «sottomessi alla supremazia bianca».

E qui va dato atto all’autrice di aver evitato la trappola della solita, inefficace denuncia dei mali della società, magari condita con tirate sociologiche sull’eredità di Mandela: un espediente da letteratura usa e getta. A tenere la scena sono sempre i tormenti e l’irriducibile carattere di Masechaba, la sua necessità di elaborare e di valutare i fatti prima di tentare una risposta, dopo tante domande. Risponde a modo suo alle amarezze di un mestiere che può diventare una catena di montaggio e che deve confinare la morte del paziente nelle pieghe della routine. Arriva a trovare una convivenza con i fantasmi che la assillano, forse gli stessi che le hanno tolto il fratello. Si oppone – evitando le scorciatoie dell’opportunismo – alla diffusa xenofobia nei confronti dei medici stranieri e gli immigrati in generale. Prende una posizione e la paga cara.

Eppure l’invadente suor Palesa, che lavora con lei in ospedale, l’aveva avvertita sui malumori delle periferie urbane: «Qui le persone soffrono davvero ed è in buona parte colpa degli stranieri che si stanno mangiando tutto. Se non sono i nigeriani, sono i somali. Se non sono i somali, sono i cinesi».

Uscito nel 2016 in inglese con il titolo Period Pain, il romanzo è l’ennesimo regalo della letteratura africana. Siamo certi che Kopano Matlwa si rifarà viva molto presto.