Ben Rawlence. Traduzione di Elena Balzano

La città delle spine. Nove vite nel campo profughi più grande del mondo

Francesco Brioschi, 2018, pp. 446, € 18,00

di Efrem Tresoldi

Definirlo un reportage suona riduttivo. È molto di più. Nasce da otto anni di ricerche nel campo rifugiati di Dadaab, nel deserto del Kenya, al confine con la Somalia, dove sono ospitate mezzo milione di persone.

L’autore intreccia le storie di nove individui, racconta come sanno affrontare la vita nel campo con dignità, coraggio e spirito di indipendenza. Per loro non c’è speranza di uscire e di farsi una vita altrove: non intendono tornare in Somalia perché perennemente coinvolta nella guerra interna contro i jihadisti di al-Shabaab e non sono accettati dal Kenya, il cui governo li considera potenziali terroristi.

La sopravvivenza degli abitanti di Dadaab è legata agli aiuti internazionali e alle agenzie dell’Onu. Rawlence, gallese già ricercatore di Human Rights Watch, mette a nudo anche le responsabilità dell’Occidente nella crisi del Corno d’Africa. Come nel 2006 quando gli Usa – oggi i principali finanziatori del campo – e altri paesi spinsero l’Etiopia a invadere la Somalia per cacciare il governo delle Corti islamiche, che con il consenso popolare era riuscito a porre fine a 15 anni di conflitto, e insediare un governo fantoccio.

L’operazione portò alla radicalizzazione di al-Shabaab, con conseguente aumento delle attività terroristiche e la fuga di tanti somali, molti dei quali trovarono rifugio a Dadaab. Che oggi «non più un luogo temporaneo, ma una struttura permanente: una prigione non solo fisica, ma anche ideale».