Tim Marshall

I muri che dividono

Garzanti, 2018, pp. 272, € 19,00

di Gianni Ballarini

Spopola il filo spinato. Trionfano i muri. Si scavano trincee sempre più profonde. S’idolatrano società sempre più chiuse. Almeno 65 paesi, più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini dalla fine della Guerra Fredda, ovvero dall’abbattimento del muro di Berlino. Metà delle barriere erette a partire dalla Seconda guerra mondiale è stata creta dal 2000 a oggi. Sono gli effetti paradossali della globalizzazione: ci ha avvicinati e allo stesso tempo ci ha divisi.

È partito da qui il lungo viaggio del giornalista Tim Marshall, per molti anni corrispondente della Bbc in zone di guerra, sui luoghi della “separazione”. Muri visibili e muri invisibili. Ha raccontato la Cina della muraglia, che ha contribuito a definire il paese sia all’esterno sia all’interno dei suoi confini.

Ma anche le barriere che separano i nuovi ricchi cinesi dal resto della popolazione, con livelli di disuguaglianza che ha pochi eguali al mondo. Ha raccontato i piani del presidente americano Trump (costruire un muro che va dall’Oceano pacifico al Golfo del Messico) che cozzano contro il muro della realtà. Ma poco importa, perché «il muro è un simbolo fisico rassicurante e a volte il simbolismo pesa più degli aspetti pratici».

E nell’America delle divisioni, quelle più profonde restano tuttavia le separazioni razziali, che neppure un presidente nero come Obama (quello che ha raddoppiato le barriere ai confini) è riuscito a smantellare. Marshall ha viaggiato nel mondo dei muri ebraici e palestinesi e in quelli dell’identità etnica e tribale africane.

Spiegando come proprio «le separazioni forzate e gli scontri sanguinosi siano gli effetti estremi di ciò che accade quando costruiamo muri». E ora anche l’Europa, per fermare i migranti, si chiude in tante piccole fortezze. «Ma esse evidenziano anche le più ampie divisioni e l’instabilità che caratterizzano la struttura stessa dell’Unione europea».

Per lunghi tratti del libro sembra emergere “la” tesi dell’autore: «I muri non funzionano quasi mai, ma sono potenti simboli di azione contro i problemi percepiti». Sorprende il finale del saggio, come se Marshall si arrendesse alla realtà, senza indicare una via alternativa al filo spinato. Scrive: «In quasi tutte le lingue c’è un proverbio che suona più o meno così: “Buone recinzioni fanno buoni vicini”.

Non è un banale luogo comune. Afferma une verità ineludibile sui confini fisici e psicologici. Progettiamo un futuro in cui speriamo nel meglio e temiamo il peggio e sulle ali di questa paura costruiamo muri». Una posizione arrendevole che tenta di temperare col pannicello caldo dei ponti: «La nostra capacità di pensare e di costruire ci dà la possibilità di riempire di speranza gli spazi divisi dai muri con la speranza: costruire ponti».

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