eSWATINI, NEL REAME DELL'ULTIMO MONARCA ASSOLUTO - DOSSIER OTTOBRE 2018

Salvato dalle nonne e dalle millennials

La vita familiare e sociale ha subìto le ripercussioni del confronto fra tradizione e modernità. È soprattutto grazie alle donne se il paese può guardare avanti con una certa fiducia.

di Cesare Sangalli (da Mbabane)

eSwatini era entrato nel nuovo millennio con la prospettiva di sparire nell’arco di pochi decenni. Così almeno valutavano alcuni analisti sulla base dei dati e delle proiezioni dell’Organizzazione mondiale della sanità: la diffusione dell’aids sembrava inarrestabile, le percentuali di sieropositivi in costante crescita, le persone continuavano a morire, il numero dei contagiati con possibilità di accesso alle cure era minimo. Si diffondevano anche altre malattie, come la Tbc, mancavano medici, infermieri, ospedali; la speranza di vita si era ridotta a 35 anni.

Che cosa aveva portato il paese a ridursi in condizioni così drammatiche? Le cause sono molteplici, ma in estrema sintesi possiamo dire che si è trattato di un cortocircuito fra modernità e tradizione. Quasi simbolicamente, il primo caso di aids venne registrato nel 1986, l’anno in cui il re attuale Mswati III salì al trono, prendendo il posto del padre Sobhuza II, morto quattro anni prima, quando il principe ereditario era ancora minorenne: finiva il più lungo regno della storia, che aveva attraversato quasi tutto il Novecento.

Fino a quel momento, l’eccezione eSwatini aveva in qualche modo funzionato. E la famiglia estesa africana, basata sulla poligamia e incarnata dalla vita esemplare del re, riusciva a garantire i delicati equilibri di una società rurale che era andata strutturandosi senza troppe influenze esterne. Ma la modernità stava lavorando il regno ai fianchi, con il crescente...

Leggi l'intero dossier e gli altri articoli di approfondimento e analisi. 
Abbonati all'edizione della rivista mensile, cartacea e digitale!