Gianfranco Carletti

Vivere e morire per la missione. San Daniele Comboni

Sant’Antonio, 2018, pp. 208, € 42,00

di Efrem Tresoldi

Non è l’ennesima biografia. È una impalcatura in cui possono essere collocati i contenuti delle altre narrazioni. Così l’autore, psichiatra e già medico missionario, nell’introdurre le tappe della vita di Comboni: dall’infanzia alla maturazione della vocazione missionaria sotto la guida di don Nicola Mazza, dalla collaborazione con i religiosi camilliani fino agli ultimi anni da vescovo del Vicariato apostolico dell’Africa Centrale.

Ne emerge il ritratto di un uomo che ha sacrificato tutto se stesso per la rigenerazione dell’Africa, declinata nel senso dell’evangelizzazione e della promozione umana (civilizzazione, si diceva allora) dei popoli dell’Africa centrale. Il suo operato si realizza nell’arco di 24 anni – dal 1857 al 1881 anno della sua morte a Khartoum (Sudan) all’età di 50 anni – durante il quale svolge un lavoro intensissimo: otto viaggi in Africa, segnati da fatiche e malattie, e viaggi in Europa per ottenere sostegno alla sua opera; fondazione dei due istituti (oggi comboniani e comboniane); apertura di missioni e case di formazione e un nutritissimo scambio epistolare con interlocutori ecclesiali e secolari.

Ma l’apice della testimonianza missionaria di Comboni si avvera negli ultimi anni della sua vita quando, malato e amareggiato da calunnie e critiche, si sente «crocifisso con Cristo sulla croce». Fino in fondo sorretto, però, dalla convinzione che «dopo il calvario vi è la risurrezione dell’Africa Centrale…».