Ta-NehisiCoates (Traduzione Giulio d'Antona)

Otto anni al potere. Una tragedia americana

Bompiani, 2018, pp. 478, € 19,00

di Raffaello Zordan

Lo chiama «il buon governo dei negri». Ed è precisamente l’argomento trattato dalla prima all’ultima pagina in otto articoli-saggi che analizzano anno dopo anno la presidenza di Barack Obama (2009-2016), giungendo infine a individuare i meccanismi politico-sociali che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca.

La tesi è che il buon governo dei negri – inteso sia come gestione del potere politico sia come comportamento personale educato, virtuoso e “americano” – finisce per accrescere la supremazia dei bianchi e il razzismo. Non c’è mai stata e non c’è uguaglianza. Un problemino che si è posto fin da quando la prima nave negriera è approdata sulle coste americane e che si fonda sull’idea che «una categoria di persone porti nel sangue la predisposizione a venire sfruttata».

Gornalista e scrittore afroamericano di 42 anni, una delle firme più acuminate della rivista The Atlantic, intellettuale pubblico, come viene definito, Coates ne discute anche con Obama nell’ultimo anno della sua presidenza. Quell’Obama che ha saputo «comunicare all’America bianca il suo affetto senza adularla», e ha voluto tenere insieme capacità di cambiamento e consenso. Ed è stato in grado di parlare sia ai movimenti legati alla negritudine, alle marce per i diritti, sia alla classe media nera in gran parte preoccupata semplicemente di integrarsi, magari sposando una donna bianca e andando ad abitare in un quartiere non nero ma nemmeno bianco.

Ma tutto ciò non è bastato. L’esperimento Obama, con le numerose riforme attuate, prima fra tutte quella della sanità, ha tentato di rimettere gli Stati Uniti in contatto «con la propria parte migliore» e di gettare le fondamenta di una politica progressista: oggi queste fondamenta vacillano e la parte migliore non è pervenuta. E per Coates è fuorviante sostenere che l’avvento di Trump sia da imputare alla rabbia di classi sociali scompaginate dal mercato globale (al quale fino a ieri tutti credevano senza se e senza ma). La realtà è più orribile e semplice: «A una fetta significativa di questo paese non piaceva l’idea che il loro presidente fosse nero».

Il saggio scritto nel corso del terzo anno della prima presidenza Obama – Perché così pochi neri studiano la guerra civile? – mette in luce senza mezzi termini che la guerra di secessione (1861-1865) è stata rubricata nella coscienza dei bianchi come «un violento equivoco, un duello onorevole tra fratelli cocciuti», pur costato 750mila morti. Tanto che a guerra finita gli sconfitti hanno continuato a comportarsi peggio di prima, anche se il paese ha continuato ad affidarsi «alla credenza condivisa che l’emancipazione e diritti civili siano stati salvifici» e che siano iscritti nella storia americana. L’ascesa di Obama è stata resa possibile da questa narrazione finta, sbandierata dalla politica.

Coates richiama in più punti la vicenda del professore di Harvard, Henry Louis Gates jr, afroamericano. Fu arrestato nel luglio del 2009 mentre tentava di entrare in casa propria: i vicini hanno visto un nero armeggiare con la serratura (il professore aveva dimenticato le chiavi) e hanno chiamato la polizia. Obama disse che l’agente aveva agito stupidamente e subito il grosso dell’opinione pubblica bianca gli si rivoltò contro, costringendolo a fare marcia indietro per evitare di veder compromessa la sua agenda politica.

Libro nitido e onesto. Utile per capire la qualità del dibattito nel mondo afroamericano e per non farsi troppe illusioni sulle capacità di reazione dei progressisti all’ondata trumpiana.