Giampaolo Calchi Novati, Caterina Roggero

Storia dell'Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione a Bouteflika

Bompiani, 2018, pp. 406, € 21,00

di Giuseppe Acconcia

È un’opera illuminante su colonialismo e anti-colonialismo l’ultimo libro di Giampaolo Calchi Novati (1935-2017) e Caterina Roggero. Purtroppo arrivato in libreria oltre un anno dopo la morte, l’ultimo lavoro del grande africanista militante non smette di stupire per la prospettiva originale che Calchi Novati ha saputo dare alla lettura di eventi che grazie a lui acquistano un nuovo significato. Dalla prima edizione de La rivoluzione algerina (1969) all’introduzione del 1998 appare evidente fino a che punto la decolonizzazione abbia dovuto ridimensionare i suoi obiettivi nonostante la casba continuasse ad essere il luogo dove si combatteva un battaglia politica e sociale.

Tre sono i momenti della storia algerina che vengono esaminati. Si parte con la colonizzazione francese durata ben 132 anni. Il fragile controllo dell’Algeria francese, fin là divisa in quattro regioni amministrative nella reggenza ottomana, accompagnò la fine della pirateria. La conquista straniera rese per sempre odioso qualsiasi contratto con l’Europa in questo rentier state, abituato a gestire gli ingenti introiti della vendita del petrolio.

Partì in questa fase la dialettica tra colonizzazione, o meglio una forma di sottomissione definitiva, e la resistenza, vissuta come conservazione dell’identità nazionale. L’assimilazione per universalità fece di questo paese una colonia di popolamento: l’Algeria francese ricalcava un’amministrazione in stile britannico dove i berberi erano più facilmente assimilabili mentre la comune fede islamica, usata da eroi nazionali, come Abdel Kader, veniva spesso stigmatizzata come ostacolo alla modernizzazione del paese.

La guerra di liberazione divenne il mito fondante del paese nonostante sia stata segnata dalla vittoria dei militari. Il movimento indipendentista, diviso tra un proto-nazionalismo degli evoluti e il proletariato indipendentista, portò alla nascita dell’Algeria autonoma nel 1962. Uno stato rivoluzionario, in seguito segnato dal socialismo di Ben Bella e dal golpe militare del 1965.

Il “decennio nero” negli anni Novanta, preceduto dalla primavera algerina del 1988, portò ai trionfi del Fronte islamico (Fis) e alla guerra civile. E così l’avvento di Bouteflika nel 1999 è stato vissuto da molti come l’inizio di un processo di riconciliazione nazionale sul modello sudafricano, voluto da un “uomo di pace”.

Eppure le amnistie del 1999 e del 2005, come spiega con grande efficacia la ricercatrice Caterina Roggero nel capitolo conclusivo, hanno di certo provocato un senso di mancata giustizia soprattutto tra i più giovani. La lealtà dei gruppi di interesse nella difesa del regime, la narrativa di un’Algeria vittima potenziale di complotti esterni e la protezione dei profitti dalla vendita del petrolio hanno segnato una presidenza che dopo le rielezioni del 2009 e del 2014 non smette di far discutere.

La possibile continuità al potere di Bouteflika dopo il voto del 2019, nonostante le sue cattive condizioni di salute e i misteri intorno alla sua effettiva capacità di governare, sono ormai oggetto di cronaca quotidiana. Eppure questo paese, i suoi morti nella guerra di liberazione, nei moti del 1988 e i suoi oltre 6mila scomparsi degli anni bui, è stato solo lambito dalle prime proteste dei movimenti sociali che nel 2011 hanno attraversato il Nordafrica e il Medio Oriente, le cosiddette “primavere arabe” che pure erano proprio partite dai lavoratori tunisini e algerini, prima di conquistare l’Egitto.