Wole Soyinka

L'uomo è morto? Smurare la libertà

Jaca Book, 2018, pp. 102, €15,00

Non sappiamo se l’intento dell’editore sia questo. Ma siamo convinti che, in una congiuntura (che ci auguriamo si chiuda al più presto) caratterizzata da spinte sovraniste, rigurgiti razzisti, terrorismi in nome di Dio, fobie securitarie e chiusure in un desolante individualismo, queste pagine del premio Nobel per la letteratura 1986 siano liberatorie e contribuiscano a far riflettere.

Sono tre scritti che incalzano la coscienza collettiva, trattando da diverse angolature il bene della libertà e indicando che cosa possiamo fare per acquisirlo e difenderlo. Due scritti sono noti: il primo è il discorso contro il razzismo che lo scrittore nigeriano tenne in occasione del conferimento del Nobel; il secondo, incentrato sul teatro (nelle culture tradizionali africane) come pratica di liberazione, è del 1988.

Il terzo è un saggio tradotto quest’anno in italiano, s’intitola appunto Smurare la libertà (traduzione di Cristiano Screm) e appare in copertina come risposta a una domanda ben precisa.

L’uomo è morto (senza punto interrogativo) è un romanzo memoriale che Soyinka scrisse durante i 28 mesi di carcere in Nigeria (1967-1969) con l’accusa di essersi espresso contro la guerra in Biafra. Un passaggio di Smurare la libertà: «Dobbiamo decidere se schierarci dalla parte della dignità e della sacralità di ogni vita umana, o dichiararci complici del progetto di regressione e di degradazione dell’essere umano».