Stefano Proverbio, Roberto Lancellotti

Dialogo sull'immigrazione. Tra falsi miti e scomode verità

Mondadori, 2018, pp. 128, € 19,90

di Gianni Ballarini

Uno potrebbe pensare: l’ennesimo libro sull’immigrazione. Gli stessi dati. Le stesse posizioni ideologiche. La stessa distanza tra una narrazione semplificata, che va tanto di modo oggi, e una contronarrazione che cade nel vuoto.

Ma il Dialogo sull’immigrazione, tra falsi miti e scomode realtà ha due caratteristiche che lo rendono abbastanza unico nel panorama della saggistica sul tema. Innanzitutto, gli autori. Stefano Proverbio e Roberto Lancellotti sono due ex direttori di McKinsey Italia, società internazionale di consulenza, tra i templi del liberismo. Autori scevri, quindi, da posizioni ideologiche che talvolta caratterizzano i testi legati a un tema così complicato, ma allo stesso tempo così facilmente strumentalizzabile. La seconda originale caratteristica del libro è la sua struttura: un dialogo a tre che consente di fluidificare e rendere più lievi argomenti altrimenti ostici. Non tre personaggi a caso. Il formato dell’opera, infatti, ricalca il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, scritto da Galileo Galilei nel 1632. I protagonisti sono Simplicio, il populista, Salviati il pro- immigrazione e Sagredo, il moderatore. Un escamotage che consente agli autori di rendere vivace un contraddittorio tra tesi e antitesi. Nel testo si trovano, infatti, quasi tutte le affermazioni che ascoltiamo o leggiamo quotidianamente. Sintetizzabili in: gli immigrati sono troppi, ci rubano il lavoro, delinquono molto più di noi.

Salviati smonta queste fake news con una dovizia di dati e informazioni che rendono il libro un condensato di ragioni a sostegno della necessità di una presenza costante e controllata di immigrati («pensare il contrario rappresenta solo una fuga dalla realtà»).

Su un punto i due relatori si trovano d’accordo: la necessità che gli stranieri aderiscano il più possibile alle nostre norme, alla nostra cultura e ai nostri valori, altrimenti il pericolo che si staglia all’orizzonte sono esplosioni sociali gravi quanto, se non di più, i problemi economici generati.

L’ottimismo che si respira nelle pagine del libro si basa sulla convinzione che i fatti sono sempre argomenti testardi. Che la realtà non può averla persa rispetto all’ideologia. In fondo, quello che trionfa nel testo è il metodo galileiano: confutando il sistema tolemaico, il fisico toscano pose le premesse per l’affermazione del metodo scientifico basato su teoria, dati, dimostrazioni matematiche…

Ma oggi è così? È sufficiente dimostrare che gli immigrati sono pochi rispetto ai nostri bisogni; che non ci rubano il lavoro, anzi che rimettono in sesto le casse previdenziali; che non siamo invasi (-82% gli arrivi rispetto a un anno fa)…? No. La realtà non è così forte da controbilanciare il racconto sull’immigrazione che esce dalla bocca dei vari populisti. Il limite di questo libro è il solito: usare gli strumenti della logica non ha più alcuna logica. Siamo tornati all’era tolemaica delle credenze popolari. Domina la Chiesa populista.