LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLA MISSIONE - DOSSIER GIUGNO 2018

Prigionieri della "missione eroica"

Due encicliche di Pio XII sanciscono uno sguardo più attento alla cultura e alla fede dei popoli, e ridefiniscono il ruolo delle missioni e del clero locale. Ma molti missionari faticano a identificarsi con il nuovo corso: tirano dritto e difendono la loro visione del mondo e dell’evangelizzazione.

di Mauro Forno *

Negli anni successivi al 1945, con la presa d’atto dell’ormai prossima nascita di un nuovo ordine internazionale al quale sarebbe stato necessario adeguarsi, la Santa Sede decide di imprimere una decisa accelerazione alle trasformazioni che ha già iniziato a promuovere nei decenni precedenti. Una di queste si lega alla promozione del clero locale, necessaria per il passaggio dalle missioni - fino ad allora sottoposte alla Sacra congregazione di Propaganda fide - a una serie di nuove Chiese, direttamente dipendenti dalla Segreteria di stato.

La logica, politica e pastorale, è chiara: le Chiese locali, guidate da vescovi e sacerdoti indigeni, incontreranno meno problemi a rapportarsi con i nuovi governi postcoloniali, con i quali è necessario istaurare un dialogo. Ciò soprattutto se si vogliono conservare le tante strutture essenziali per garantire un futuro alla Chiesa, a partire da ospedali, scuole e centri di formazione, attraverso cui si potrà e dovrà formare la classe dirigente dei futuri stati indipendenti.

I passaggi decisivi per la trasformazione delle missioni in giovani Chiese vengono ufficialmente sanciti da papa Pio XII attraverso due fondamentali documenti: la lettera enciclica Evangelii praecones del 1951 e la lettera enciclica Fidei donum del 1957, entrambe tese ad affermare una nuova attenzione della Chiesa per le culture, le tradizioni, i costumi e la fede degli altri. La Fidei donum sancisce non a caso il principio secondo cui non solo l’episcopato occidentale, ma tutti i vescovi del pianeta, in forza della loro appartenenza al collegio episcopale, devono ritenersi pienamente corresponsabili dell’azione missionaria. Le missioni non dovranno più essere solo delle strutture incaricate di “offrire”, ma dovranno diventare anche dei soggetti disponibili a “ricevere” e a “imparare”. Lo scambio tra il centro e la periferia dovrà essere vissuto come un fenomeno “globale” e non come un compito da delegare a piccole minoranze di volonterosi, provenienti dal nord del pianeta.

Il vangelo e i “selvaggi”

Le strategie attuate dalla Santa Sede in corrispondenza della fase più intensa della decolonizzazione appaiono ispirate da una indubbia razionalità. Per i vertici vaticani la trasformazione di un territorio di missione in una... 

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